E’ ormai noto a tutti come la plastica, pur essendo un materiale chiave nello sviluppo tecnologico a partire dal 1900 ad oggi, sia accusata di rappresentare un grave problema per la salute del nostro pianeta, ma anche per la salute dell’uomo.
La plastica nasce a fine ottocento e nel tempo ha uno sviluppo enorme, sia in termini di tipologie e caratteristiche dei materiali, sia in termini di diffusione, che delle innumerevoli applicazioni.
Ma è proprio vero che la plastica costituisce un problema?
Che cosa dice la scienza?
Perché tanto allarmismo?
Microplastiche | Vero pericolo o grande bufala?
Industria della plastica
Con il termine plastica si intendono in realtà una serie di molecole diverse tra loro ad elevato peso molecolare cioè molto grandi e strutturate, di origine sintetica quindi chimica, artificiale.
Le plastiche in genere sono dei polimeri ossia delle catene costituite da molteplici singole unità denominate monomeri, che sono le singole molecole.
Prima della polimerizzazione può essere che siano aggiunti degli additivi ad esempio per attribuire un colore al materiale.
I materiali plastici più comuni sono il polipropilene, il polietilene, i pliammide (nylon), l’ABS e via dicendo. Chiaramente i diversi materiali hanno caratteristiche diverse in particolare di tipo meccanico (elasticità, resistenza a sollecitazioni, lavorabilità,…) e quindi si prestano per realizzare oggetti differenti (es. film plastici piuttosto che contenitori, componenti di macchine, ecc.).

Macroplastiche
Beh è un fatto ormai riconosciuto come la plastica sia un problema per il nostro pianeta, già a partire dalle “macroplastiche” cioè da tutti quegli oggetti di plastica che provocano danni reali e concreti al mondo animale e non solo.
Basta pensare ai pesci imbrigliati nei sacchetti di plastica, o agli uccelli, alle tartarughe (che scambiano i sacchetti per meduse di cui si cibano) e addirittura ai capidogli con quantità inenarrabili di plastica nello stomaco.
Un sacco di animali finiscono per ingerire pezzi di plastica così come un sacco di animali finiscono intrappolati nella plastica degli oceani.
Secondo l’ONU, i rifiuti di plastica uccidono ogni anno fino a un milione di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini, un numero inquantificabile di tartarughe marine e di pesci.
Nel Pacifico ci sono isole di plastica di dimensioni spaventose (il cosiddetto Pacific Trash Vortex).
Dovunque ci capiti di andare, in montagna o al mare, in ambienti di ogni genere, troviamo plastica ovunque (bicchieri, bottiglie e oggetti di ogni genere abbandonati).
Ma se da un lato le macroplastiche potrebbero essere più facilmente gestibili in un mondo civile, in cui la loro dispersione nell’ambiente è controllata, un discorso diverso vale per le cosiddette microplastiche.
Microplastiche e salute
La rivista Science of The Total Environment, lo scorso 20 July 2022, ha pubblicato questo articolo.
Lo studio è stato effettuato da un team di ricercatori Università di Hull, nel Regno Unito, in collaborazione con altri ricercatori e medici del Dipartimento di Chirurgia Cardiotoracica dell’ospedale di Cottingham
Lo studio ha analizzato campioni di tessuto polmonare umano ed è stato in grado di rilevare 39 unità di microplastiche in 11 dei 13 campioni esaminati; corrispondenti quindi all’85%. Le plastiche rilevate avevano una dimensione superiore ai 3 micron, in relazione alla sensibilità del metodo utilizzato, quindi non si può escludere che fossero presenti in microplastiche di dimensioni inferiori.
Le microplastiche rilevate sono risultate appartenere a 12 tipi di polimeri tra cui polipropilene o PP (23%), polietilene tetraftalato o PET (18%) e resine (15%) sono i più abbondanti.
Le microplastiche sono state rilevate in tutte le regioni del polmone alta media e bassa.
Questo può essere preoccupante perché chiaramente più sono penetranti più sono pericolose: potenzialmente arrivano cioè alle regioni di scambio gassoso, costituite dagli alveoli polmonari, dove peraltro le particelle possono depositarsi e proprio in relazione alla resistenza dei materiali plastici che sono realizzati per questo, rimanere per lungo tempo e chiaramente provocare effetti che ad oggi sono noti solo in parte.
Ma non finisce qui.
In questo studio pubblicato dall’università di Amsterdam si è dimostrata la presenza di microplastiche nel sangue umano. Tre quarti dei soggetti esaminati avevano plastica nel sangue.
Ebbene si. Sembra incredibile ma la ricerca è stata la prima a dimostrare che le particelle di plastica possono finire nel flusso sanguigno umano. La ricerca attuale mostra che le persone assorbono le microplastiche dal loro ambiente nella loro vita quotidiana e che le quantità sono misurabili nel loro sangue.
Questo studio pubblicato da Environmental Health Perspectives, ha raccolto e riesaminato 50 ricerche sulla contaminazione da microplastiche nei pesci, nei molluschi (quindi ad esempio nelle cozze, piuttosto che nei calamari) e negli echinodermi (come sono i ricci di mare) e ne ha confermato la presenza nella maggior parte dei casi, rappresentando questo un rischio concreto di ingestione di plastica da parte dell’uomo.
Come rinunciare ad un bel fritto misto.
Certo risulterebbe meno interessante se dovessimo pensarlo condito con una bella spolverata di plastica.
Le microplastiche sono presenti anche nelle Tutti destinate al consumo umano come evidenzia questo studio. Tutti i campioni esaminati hanno confermato la contaminazione da microplastiche dell’acqua potabile. I polimeri più comuni identificati nei campioni erano il polietilene tereftalato (PET) e il polipropilene (PP).
Secondo ISS le microplastiche sono state riscontrate anche in altri alimenti:
- nel sale;
- nella birra;
- nel miele;
- nell’acqua in bottiglia;
- nell’acqua del rubinetto.
Siamo circondati.
Ma fino a dove arrivano le microplastiche?
Le microplastiche arrivano ovunque e lo dimostra questo studio, pubblicato su Nature Geoscience. Lo studio ha addirittura documentato la deposizione di microplastiche per via atmosferica in un bacino di montagna remoto e incontaminato nei Pirenei francesi. In alta montagna.
E attenzione: stiamo parlando solo di microplastiche poiché le nanoplastiche ad oggi risultano ancora difficili da studiare per le loro dimensioni ma potenzialmente hanno una capacità di diffusione e ancora maggiore.
Questo studio pubblicato su Environmental Science & Technology, ha dimostrato come negli ambienti chiusi la concentrazione di microplastiche fosse superiore di 28 volte a quella dell’ambiente esterno, con concentrazioni maggiori nelle zone industriali, seguite da località urbane e interne in aree ad alta densità.
Tutto questo significa che potenzialmente siamo circondati da microplastiche.
Che le microplastiche hanno raggiunto una diffusione tale da impedirci qualunque possibilità di controllo.
Quanta plastica “mangiamo”?
La plastica dall’ambiente arriva ai nostri polmoni, quindi nel sangue e nei diversi organi, incluso il tratto gastrointestinale.
Come fa? Beh è molto semplice e lo abbiamo intuito: la chiave di volta sono le sue dimensioni. Più volte abbiamo sentito parlare di microplastiche: ebbene, le microplastiche sono anche “molto micro”, diffondono in forma di polvere ed entrano nel nostro corpo.
La plastica la respiriamo e la mangiamo.
Secondo uno studio [VEDI PDF] condotto dall’università australiana di Newcastle (a nord di Sydney) e commissionata dal WWF, che combina dati di oltre 50 precedenti ricerche, finiamo per ingerire mediamente circa 5 grammi di plastica a settimana corrispondenti all’incirca al peso di una carta di credito.
Che cosa sono le microplastiche?
Le dimensioni
Un primo aspetto da considerare nella valutazione dell’ingestione di plastica da parte dell’uomo, che potrebbe apparire qualcosa di così improbabile, è proprio il concetto di microplastiche.
Per microplastiche dobbiamo intendere non solo dei pezzettini piccoli di plastica come spesso le vediamo rappresentate sui media, bensì particelle che hanno dimensioni estremamente piccole e che sono sostanzialmente per noi non visibili.
Parliamo di dimensioni dell’ordine del micron quindi del milionesimo di metro cioè del millesimo di millimetro. E già qui siamo all’ordine di grandezza della dimensione dei batteri. Ma le microplastiche arrivano secondo alcuni studi addirittura al nanometro quindi al miliardesimo di metro ovvero al milionesimo di millimetro: si parla infatti di nanoplastiche.
Sono proprio queste che rappresentano il maggiore pericolo per noi.
Categorie di microplastiche
Le microplastiche sono divise in due categorie principali quelle primarie quindi che sono prodotte e utilizzate come tali cioè come piccole particelle, pensiamo ad esempio ai cosmetici come gli esfolianti, piuttosto che i dentifrici con le microparticelle, ecc.
Poi ci sono quelle secondarie che si producono cioè a seguito della degradazione di oggetti di più grandi dimensioni che vengono ad esempio abbandonati nell’ambiente o che sono soggetti ad usura, come gli pneumatici dei veicoli.
Una parte importante delle microplastiche secondarie proviene certamente dai tessuti sintetici e dalla degradazione delle relative fibre.
Ma non solo. Chiaramente tutti quegli oggetti che sono abbandonati nell’ambiente progressivamente si degradano e originano microplastiche così come tutti quegli oggetti più esposti all’azione degli agenti meteorici e costituiti da materiali plastici generano microplastiche.
Quali effetti sulla nostra salute?
Microplastiche: quali effetti?
Esistono forti timori in merito ai possibili effetti.
Gli effetti possono essere di due tipi: di tipo fisico cioè legati all’interazione meccanica di queste particelle nelle sedi in cui vanno ad accumularsi sia all’interno dell’apparato gastrointestinale sia all’interno dei polmoni fino agli alveoli polmonari.
E poi di tipo chimico, ad esempio in relazione alla presenza di sostanze quali ftalati e bisfenolo A, di cui è stato ampiamente dimostrato l’effetto in termini di interferenza sul sistema endocrino, che gestisce gli ormoni prodotti dal corpo umano per la regolazione di tutte le sue funzioni.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, le microplastiche si accumulano nel fegato, nei reni, nell’ intestino e hanno come effetti lo stress ossidativo (quindi un disequilibrio a livello chimico che può generare dei problemi a livello cellulare), problemi metabolici, processi infiammatori e danni al sistemi immunitario e neurologico.
Questo studio pubblicato su Springer Linke evidenzia tuttavia come vi sia ancora troppa scarsità di conoscenza sui possibili effetti delle microplastiche sulla salute e non solo rispetto ai polmoni, ma anche rispetto all’accumulo a livello gastrointestinale, quindi sostanzialmente attraverso il cibo e come abbiamo visto il cibo è sempre più pieno di plastica; nonché all’accumulo nel sangue, che peraltro ne consente la diffusione in tutti gli organi e tessuti.
Lo studio parla di “urgente bisogno di ricerca mirata nel campo delle interazioni tra microplastica e salute. In particolare, è importante capire quali meccanismi patologici innescati dalle MNPs possono portare a cancerogenesi e concomitanti effetti infiammatori e sul sistema immunitario”.
Tutti gli studi esaminati concordano nel dire che abbiamo urgentemente bisogno di saperne di più, soprattutto sugli effetti.
Quindi? Che fare?
Il punto è che non ne sappiamo abbastanza ma purtroppo nel frattempo continuiamo a respirare e ingerire plastica.
È chiaro quindi come anche solo in relazione ad un principio di precauzione sia opportuno limitare al minimo possibile la produzione di microplastiche di tipo primario, quindi realizzate ad hoc, se non azzerarla
e limitare al tempo stesso al massimo possibile la dispersione della plastica nell’ambiente dove può facilmente essere degradata e originare di conseguenza microplastiche di tipo secondario.
Al tempo stesso Però c’è un fermento molto importante che deve essere sicuramente stimolato e incentivato in termini di sviluppo e produzione di materiali alternativi.
Solo qualche anno fa sembrava impensabile riuscire a realizzare dei sacchetti in materiale plastico biodegradabile che fossero efficienti nella loro funzione.
Oggi fortunatamente almeno in Europa i sacchetti di plastica sono stati messi al bando e i materiali alternativi sono ampiamente diffusi, anche per i prodotti cosiddetti usa e getta quali piattini bicchieri di plastica e via dicendo.
Della plastica sarà oggettivamente difficile fare a meno in tempi brevi, ma possiamo rivederne le modalità di utilizzo e di gestione, limitarne le applicazioni ad esempio ai settori industriali dove è più difficile una sua sostituzione, ma che al tempo stesso presentano meno rischi per l’ambiente e quindi per la nostra salute
Sono molto interessanti alcuni materiali alternativi già sviluppati e che si stanno affacciando al mercato, realizzati a partire da sostanze di origine naturale, quali il micelio e le alghe.
Un futuro diverso è possibile e dobbiamo crederci: abbiamo bisogno di materiali diversi, per tutelare l’ambiente in cui viviamo, ma prima ancora per la nostra salute.
Proprio a questi intendo dedicare un approfondimento particolare mediante un articolo e un video dedicato sul nostro canale Youtube (https://www.youtube.com/@vivi.sostenibile).
Come possiamo limitare noi le microplastiche?
Nel frattempo che cosa possiamo fare per limitare la nostra esposizione alle microplastiche?
La prima cosa da fare è aprire gli occhi quando acquistiamo dei cosmetici ad esempio: dal primo gennaio 2020 le microplastiche sono vietate ma talvolta possono ancora essere presenti, per cui è bene verificare sempre sull’etichetta. PE, PET, PP, PMMA sono tutte sigle che rappresentano materiali plastici.
Discorso analogo per i dentifrici evitiamo i microgranuli.
Una fonte importante di microplastiche nella forma di microfibra sono i tessuti sintetici.
La soluzione da questo punto di vista consiste nel preferire capi di origine naturale – cotone, lana, lino, canapa, seta, ecc. e anche in questo caso è importante dare un’occhiata all’etichetta perché spesso si tratta di tessuti misti.
Durante il lavaggio i più virtuosi possono adottare impiego di sacche apposite in grado di trattenere le microplastiche.
Altra soluzione può essere quella di utilizzare materiali il più possibile naturali anche per la cucina ad esempio, per imballare il cibo. Esistono ad esempio materiali a base di cera d’api, contenitori e oggetti vari in bambù al posto della plastica.
In generale preferire materiali naturali per gli oggetti di uso comune.
Chiaramente è opportuno prediligere le borracce riutilizzabili piuttosto delle bottiglie e bicchieri usa e getta.
Sono solo alcuni esempi e ovviamente non possiamo cambiare il mondo in termini di inquinamento da microplastiche, però possiamo partire da casa nostra, riducendo anche lo stesso sviluppo e produzione di microplastica negli ambienti domestici.
Crollo delle specie e sostenibilità: emergenza ecologica
Ogni tanto ci capita di leggere o di sentire alla televisione messaggi allarmistici circa la possibile scomparsa delle api, degli impollinatori o di qualsivoglia genere di insetto, come se fosse un dramma.
Api, impollinatori, farfalle, coralli, si insomma, pare stiano scomparendo un sacco di specie viventi, ma…
…è un problema nostro?

Guarda le tue mani.
Come vedi non sono mani di un robot, non sono fatte di metallo,
sono fatte di carne, di ossa, sono fatte di cellule, sono fatte di geni e di materiale genetico.
Si è così: non siamo dei robot.
Non possiamo considerarci indipendenti dal sistema ambientale che ci circonda, perché non lo siamo. Anche se spesso, troppo spesso ci comportiamo come se lo fossimo.
La nostra pelle respira, cioè scambia con l’ambiente esterno. Prova a tenere le mani in un guanto in lattice per un giorno intero e poi te ne accorgi.
Noi stessi respiriamo attraverso il naso, la bocca i polmoni: abbiamo bisogno di ossigeno. E’ diventata quasi un’azione inconscia, quasi non ne siamo più consapevoli.
Ma se andiamo sott’acqua ce ne rendiamo conto in breve tempo: prima o poi ci manca l’aria e cominciamo ad annaspare per tornare rapidamente alla superficie.
Non parliamo poi di quando arriva l’ora di pranzo. Non possiamo collegarci alla rete elettrica e ricaricarci le batterie come se fossimo delle macchine.
Ogni secondo che passa abbiamo bisogno di prendere qualcosa dell’ambiente esterno e portarlo all’interno del nostro corpo.
Abbiamo bisogno di cibo, di aria di acqua.
E quel cibo è costituito da carne (di animali), oppure da verdura, frutta, formaggio, tutte cose che derivano da altri esseri viventi, che vivono e scambiano durante la loro vita con l’ambiente che li circonda che è lo stesso in cui viviamo noi.
Viviamo grazie a cibo che deriva dagli ecosistemi che stanno là fuori
e dal loro funzionamento.
Che cosa ci sarebbe di più stupido che dimenticarsi di questo?
Inevitabilmente noi siamo quello che mangiamo, siamo l’aria che respiriamo, siamo l’acqua che beviamo.
Allora è chiaro che la qualità del nostro cibo è strettamente in relazione con la qualità dell’ambiente che ci circonda.
E con la qualità di noi stessi.
Ma veniamo al punto.
Che cosa c’entra tutto questo con la biodiversità?
La biodiversità e la sua conservazione sono aspetti cruciali per la nostra stessa vita, per la nostra stessa sopravvivenza. Non fosse altro perché è in stretta relazione con tutta una serie di aspetti che hanno a che fare con la nostra vita sul pianeta.
E attenzione: non solo con il cibo.
Ma facciamo un passo indietro.
Biodiversità: che cos’è?
La biodiversità è la vita stessa. E’ la complessità e la ricchezza della vita sul nostro pianeta.
Il termine biodiversità è stato coniato nel 1988 dall’entomologo americano Edward O. Wilson. L’entomologo è uno che studia gli insetti.
Bio-diversità sta per diversità biologica, e può essere riassunto con il termine varietà.
Tanti e diversi ambienti naturali, tanti e diversi organismi e microrganismi, tante e diverse specie, tanti e diversi patrimoni genetici.
La complessità, la diversità è sempre un valore.
Esistono 3 livelli diversi di biodiversità:
- La diversità di ecosistema che è rappresentata sostanzialmente dal numero e dalla diversità degli habitat (gli ambienti): foreste, barriere coralline, laghi, fiumi, oceani, torbiere, zone umide, ecc.
- La diversità di specie è costituita dalla ricchezza di specie, misurabile in termini di numero delle stesse specie presenti in un determinato ecosistema, in un habitat o in una determinata regione.
- La diversità genetica è rappresentata invece dalla differenza dei geni, di patrimonio genetico (DNA) – Il codice genetico che è presente all’interno delle cellule e che contiene tutte le informazioni su di noi e su ogni essere vivente –
E’ estremamente importante anche a diversità genetica all’interno di una determinata specie; pensiamo anche solo agli esseri umani: ne esistono di diversi per colore della pelle caratteristiche del viso degli occhi e via dicendo. E lo stesso accade per qualunque altra specie vivente.
Biodiversità: quale la situazione
Oggi con il nostro pianeta abbiamo tre tipologie di problemi particolarmente rilevanti
- Il cambiamento climatico
- La compromissione degli ecosistemi (inquinamento)
- La crisi di biodiversità
Ognuno di questi aspetti è strettamente in relazione con l’altro ma soprattutt, quello che spesso dimentichiamo, è che ognuno di questi aspetti è strettamente in relazione con la nostra qualità della vita, attuale e futura
Secondo il Living Planet Report del WWF e della Zoological Society of London’s (2022) le popolazioni di animali selvatici della Terra sono crollate in media del 69% in poco meno di 50 anni.
Il patrimonio genetico mondiale (di biodiversità) si è costruito in ere geologiche, a partire dalla formazione della terra che risale a 4,5 miliardi di anni fa. La vita di un uomo può durare nelle ipotesi più ottimistiche 80-90-100 anni. Non sono nulla.
O interveniamo per tempo o quello che è perso è perduto per sempre.
La Lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura è stata istituita nel 1948 e rappresenta il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali di tutto il globo terrestre (https://www.iucnredlist.org/)
Da quando la vita esiste sulla terra, per milioni e milioni di anni, secondo gli esperti una specie è vissuta mediamente un milione di anni, per poi scomparire e lasciare il posto ad un’altra.
Oggi il ritmo di estinzione delle specie animali e vegetali è da 100 a 1000 volte maggiore.
Ogni giorno scompaiono dalla faccia della Terra da quaranta a cinquanta specie animali e vegetali.
E perché succede questo?
- Deforestazione,
- cambiamento climatico,
- agricoltura intensiva,
- inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria (es. pesticidi)
- caccia e pesca indiscriminate,
- diffusione di specie esotiche spesso mediata dalle attività umane.
I problemi legati al calo della biodiversità stanno suscitando un grande interesse tra gli scienziati, proprio a causa delle importanti conseguenze possibili.
In particolare in merito agli insetti, uno studio effettuato da un gruppo di ricercatori olandesi tedeschi e del Regno Unito ha messo in evidenza come la perdita di diversità e di abbondanza degli insetti provochi effetti a cascata sulle reti alimentari e metta a rischio interi ecosistemi.
L’analisi effettuata in 27 anni di studio, stima un calo generale del 76% e un calo in piena estate dell’82% della biomassa di insetti volanti. 82%!
Questa perdita di biomassa di insetti assume una enorme importanza anche rispetto al declino dell’abbondanza delle specie che dipendono dagli insetti come fonte di cibo e del funzionamento degli ecosistemi.
Come dicevo, molti degli effetti di riduzione della biodiversità possono avere dinamiche a cascata, effetti domino. Si stima infatti ad esempio che l’80% delle piante selvatiche dipenda dagli insetti per l’impollinazione.
In modo analogo il 60% degli uccelli fa affidamento sugli insetti come fonte di cibo.
Piante e uccelli a loro volta avranno un’incidenza sulla catena alimentare e sui sistemi ecologici di cui fanno parte.
E sono solo esempi.
Biodiversità: perché così importante
No bug no food
Si potrebbe dire “no bug no food”.
Dalla biodiversità dipende la disponibilità di cibo.
Se pensi solo agli insetti impollinatori: sembrano sciocchezze ma senza impollinatori noi siamo senza frutta, senza verdura, senza cereali, senza cibo.
La produzione agricola e quindi la nostra stessa vita dipendono dalla presenza di insetti che se ne vanno in giro tra i fiorellini e come sappiamo sporcano le loro ali di polline e fanno in modo che i fiori diventino frutti, disponibili per la nostra tavola.
Ecco allora che non sono questioni da ferventi ambientalisti: sono anche questioni che riguardano la nostra cucina, la nostra tavola, addirittura la possibilità o meno di riempirci la pancia.
Non solo food
Ma la questione è anche molto più complessa.
Tutti i sistemi ambientali, i cosiddetti ecosistemi, sono sistemi estremamente complessi. In cui le variabili in gioco sono numerose e i cui equilibri sono spesso delicati.
La possibilità di coltivare dipende dalla qualità dei terreni e la qualità dei terreni dipende dall’azione dei microrganismi.
La biodiversità non riguarda solo organismi di grandi dimensioni bensì anche i batteri tutti i microorganismi che sono presenti nei suoli e che li trasformano che trasformano la sostanza organica in humus, in minerali, riportano la fertilità del suolo.
In ecologia si parla di cicli biogeochimici (biologici, geologici, chimici), in cui determinate sostanze (si pensi ad esempio all’azoto, al carbonio, all’ossigeno, all’acqua) sono trasformate a partire dagli organismi morti, ritornano nel suolo, vengono assorbite dalle piante, vanno a costituire i loro aminoacidi le loro proteine, le loro strutture e noi ci cibiamo di quelle strutture.
Conservare la biodiversità in particolare con riferimento al mondo vegetale, significa anche proteggerci dalle inondazioni, ridurre i meccanismi di erosione delle coste,
ridurre la desertificazione e la erosione dei suoli, significa mantenere acqua e suolo in condizioni di qualità migliori.
Lo stesso cambiamento climatico con tutti i problemi che comporta in termini di inondazioni, incendi, incremento delle temperature e quant’altro,
è strettamente legato all’attività di organismi viventi sia sulla terraferma, che negli oceani.
Il loro ruolo è cruciale, pensiamo alle piante: produzione di ossigeno (che qualcuno fosse lo dimentica, ma ci serve per respirare), assorbimento della CO2, effetti indiretti sul bilancio energetico della terra e conseguenti effetti sul clima.
Anche la produzione di molte tipologie di medicinali o di principi farmaceutici è di fatto mediata dai microorganismi.
Non dimentichiamo che una delle prime categorie di antibiotici, i più importanti nella storia, è proveniente da un fungo del genere Penicillium e sono le cosiddette penicilline.
Ma non finisce qui: basta pensare al settore della moda e dei tessile, dove i tessuti più pregiati sono quelli di origine naturale, quali cotone, cachemire, seta, lana e via dicendo. Ancora: l’industria del legno, i moblili, gli arredi; alla chimica e numerosi altri settori.
Quali prospettive
Quindi quali prospettive?
Allora le prospettive non sono rosee se non si assumono decisioni importanti e in tempi brevi.
Volendo quantificare economicamente il lavoro svolto dagli insetti, i “servizi” forniti dagli insetti selvatici al mondo agricolo in generale sono stati stimati in 57 miliardi di dollari all’anno nei soli Stati Uniti.
La biodiversità è così importante da essere stata codificata anche all’interno di una convenzione dell’ONU: la Convenzione sulla Diversità Biologica, sottoscritta a Rio De Janeiro il 05 giugno 1992.
Non solo: tutti conosciamo la COP27 la conferenza delle parti sul clima, di cui l’ultima si è tenuta in Egitto nello scorso autunno.
Le COP– con una “o” sola, non sono le Coop, quelle sono cooperative e sono altre cose – sono conferenze delle parti, dove le parti sono i governi che aderiscono per condividere decisioni che riguardano determinati temi di rilevanza planetaria.
La biodiversità è così importante da portare alla istituzione di una conferenza delle Nazioni Unite anche sul tema stesso della biodiversità: la Conferenza delle Nazioni Unite sulla Biodiversità di cui l’ultima, che si è tenuta a Montreal dal 7 al 12 dicembre 2022, è la COP15.
Un’occasione di grande importanza per pianificare i prossimi 10 anni di azioni per contrastare la perdita di biodiversità sull’intero pianeta.
Anche per questo sono nate le Conferenze sulla biodiversità di cui la COP15 è stato l’ultimo esempio. La COP15 ha visto la partecipazione di 195 paesi, si è conclusa con l’accordo di Kunming-Montreal.
L’accordo mette nero su bianco come la biodiversità si stia riducendo su tutto il pianeta a ritmi mai visti nella storia dell’umanità e come circa 1 milione di specie siano oggi a rischio estinzione, molte delle quali nel giro di qualche decennio.
L’accordo, che è certamente importante ma è chiaramente solo un punto di partenza, è come sempre stato raggiunto non senza difficoltà,
e ha definito obiettivi importanti quali
ripristino e protezione degli ecosistemi e degli ambienti particolarmente rilevanti dal punto di vista della biodiversità,
di riduzione dell’uso di pesticidi, di riduzione dell’inquinamento, di protezione dalle specie esotiche invasive, ecc..
Molto ora dipende da come i singoli governi tradurranno quegli obiettivi in misure reali e concrete, nonchè dall’implementazione del sistema di pianificazione, monitoraggio e revisione previsto dall’accordo.
Ancora una volta se non vogliamo metterla sul piano etico, mettiamolo sul piano degli interessi. D’altronde non cambia nulla: in tutti i casi occorre agire e occorre agire con urgenza.
Preservare l’abbondanza e la diversità di tutti gli altri organismi viventi, dovrebbe costituire una priorità.
Tutti i meccanismi legati al funzionamento degli ecosistemi e alla loro biodiversità sono delicati e la loro compromissione significa compromissione della nostra stessa possibilità di sopravvivenza.
Può sembrare uno scenario catastrofico ma un aspetto cruciale oggi è la capacità di vedere lontano, la capacità di agire per tempo.
Perché in tema di biodiversità così come di clima e cambiamento climatico il tempo stesso è un fattore cruciale.
Le barriere coralline possono diventare dei semplici ammassi di roccia.
Le foreste possono diventare deserti, e molto rapidamente.
Le nostre campagne possono perdere la loro fertilità.
Arrivare tardi significa in verità non avere più alcuna chance.
Non si torna indietro. Quello che è perduto è perduto.
Saremo obbligati a ristrutturare casa?
È una notizia che si sta diffondendo parecchio in questi giorni quella secondo la quale l’Unione Europea starebbe lavorando ad una direttiva che Potrebbe addirittura arrivare ad obbligare alla ristrutturazione diversi edifici.
- Ma da dove nasce questa direttiva?
- Quali sono i suoi contenuti?
- Quali i destinatari e gli eventuali soggetti obbligati ad interventi di ristrutturazione?
Fit for 55
Per prima cosa la direttiva si inquadra nel pacchetto denominato Fit for 55, una serie di proposte legislative per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi del cosiddetto “green deal” ed in particolare la riduzione dei gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo net zero cioè arrivare alla neutralità di carbonio (Carbon neutrality) entro il 2050.
Cosa c’entrano gli edifici?
Ma perché intervenire sugli edifici nella riduzione del carbonio in atmosfera?
Gli edifici sono responsabili del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni dirette e indirette di gas serra.
Hanno quindi un ruolo chiave nel raggiungimento dell’obiettivo climatico, anche perché chiaramente sono molto numerosi: solo in italia si stimano (dati ENEA) in 12 milioni e 400 mila circa, con circa 32 milioni di abitazioni.
Di questi quasi il 65% ha più di 45 anni; il 90% circa ha almeno 30 anni.
In Unione Europea l’80% dell’energia consumata dalle famiglie è utilizzata proprio per il riscaldamento ed il raffrescamento delle abitazioni e per la produzione di acqua calda.
Chiaramente quando si parla di edifici quindi di riscaldamento o raffrescamento questo significa consumo di energia termica quindi in forma di gas o elettrica.
In particolare il gas comporta chiaramente anche emissioni di gas serra durante la combustione (CO2).
Ma tra le motivazioni della direttiva c’è anche l’aumento del prezzo del gas: edifici meno performanti e fortemente dipendenti dal gas perché poco isolati, chiaramente sono più svantaggiosi e mettono l’intero paese in condizione di svantaggio. È chiaro che il modo migliore per intervenire sul prezzo del gas sarebbe quello di ridurne complessivamente la domanda.
Classi energetiche: come funziona?
Quali sono le attuali classi energetiche dagli edifici?
Come sappiamo la classe energetica di un edificio è definito da un documento che prima si chiamava attestato di certificazione energetica ora si chiama attestato di prestazione energetica.
È un certificato che illustra le caratteristiche dell’edificio in termini dimensionali e di ubicazione, la classe e l’indice di prestazione energetica a cui appartiene, il tipo di fonti energetiche utilizzate, gli impianti presenti ma anche gli eventuali interventi raccomandati di riqualificazione energetica.
La prestazione energetica dell’edificio è qualificata attraverso una serie di classi che vanno dalla G, che è la meno efficiente, alla A4 che è la più efficiente. Nell’attestato è anche riportata la prestazione energetica del fabbricato in modo sintetico e suddivisa tra le due stagioni invernale ed estiva.
Italia: quale la situazione?
È abbastanza drammatica: la gran parte degli edifici appartiene alle classi F e G.
La gran parte degli edifici italiani sono quindi in termini di energetici purtroppo dei colabrodo, che continuamente richiedono elevati apporti termici per poter soddisfare il proprio fabbisogno energetico.
Da quando scatteranno questi obblighi?
Il prossimo 24 gennaio 2023 inizierà l’iter che dovrebbe portare all’approvazione della direttiva sugli edifici da parte del Parlamento Europeo.
Sarà solo un primo passo poiché la direttiva dovrà essere anche recepita dai singoli stati. È chiaro quindi che l’iter non sarà prevedibilmente bravissimo.
Ma è chiaro anche il fatto che la Direttiva richiede anche altri strumenti per una reale implementazione quali ad esempio incentivi economici adeguati. Per molti cittadini italiani la casa rappresenta l’unico patrimonio.
Il primo obiettivo importante dichiarato è arrivare al 2050 con tutti gli edifici residenziali a emissioni zero (NZCB – Net Zero Carbon Building). Edifici cioè che consumano poca energia e quella energia è prodotta in modo sostenibile, rinnovabile.
Ma qual è la road map? In quali tempi e con quali modalità si vorrebbe arrivare a questi obiettivi?
Vediamo in sintesi la bozza attuale.
Si osservi come la priorità è data in particolare agli edifici con le prestazioni più basse in assoluto e che quindi hanno il potenziale maggiore di miglioramento e di riduzione dei consumi di gas.
Nuovi edifici:
- dal 2027 tutti i nuovi edifici pubblici
- dal 2030 tutti gli edifici residenziali
dovranno essere ad emissioni zero
Edifici esistenti:
- proprietà di enti pubblici: 01 gennaio 2027 almeno la classe di prestazione energetica F; e 01 gennaio 2030, almeno la classe di prestazione energetica E;
- gli edifici e le unità immobiliari non residenziali, diversi da quelli di proprietà di enti pubblici, 01 gennaio 2027 almeno la classe di prestazione energetica F; e 01 gennaio 2030, almeno la classe di prestazione energetica E;
- gli edifici e le unità immobiliari residenziali 01 gennaio 2030 almeno la classe di prestazione energetica F; e 01 gennaio 2033, almeno la classe di prestazione energetica E.
𝗔𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲! 𝗦𝗲𝗯𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗹𝗮 𝗯𝗼𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶, 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝗱𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶 𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗶 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗰𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘂𝗹𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗼𝗯𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶 (Consiglio Europeo, ottobre 2022) 𝗰𝗼𝗻 𝗶 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗲𝗻𝘁𝗶: – 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝟮𝟬𝟯𝟬 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗘; – 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗹 𝟮𝟬𝟯𝟯 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗗.
Dovranno essere poi gli stati membri a definire il calendario per le classi energetiche più elevate.
Chi sosterrà i costi?
Ma chi sosterrà i costi di questa transizione così importante ma anche così onerosa?
Beh questo se vogliamo è un po’ il cuore della questione e che ha portato alla ribalta l’argomento in questi giorni anche in vista del prossimo 24 gennaio in cui è prevista l’approvazione.
Si legge nel testo della direttiva: “Gli Stati membri saranno tenuti a sostenere il rispetto delle norme minime di prestazione energetica con un quadro di sostegno adeguato che comprenda sostegno finanziario, assistenza tecnica, eliminazione di ostacoli e monitoraggio degli impatti sociali, in particolare sulle persone più vulnerabili.”
e ancora: “I piani [nazionali, ndr] presenteranno una panoramica delle politiche e delle misure nazionali che coinvolgono e proteggono le famiglie vulnerabili, alleviando la povertà energetica e garantendo l’accessibilità economica degli alloggi.”
Non è dato oggi conoscere le modalità di sostegno che potranno essere previste in termini di incentivazione finanziamenti e quant’altro, anche se è chiaro che questo rimane un aspetto cruciale anche in termini di efficacia della direttiva stessa perché evidentemente stiamo parlando in tutti i casi di interventi costosi.
Conclusioni
Non voglio assolutamente entrare sulla polemica politica in corso sull’opportunità o meno di spingere i cittadini a ristrutturare. Ne voglio discutere dei meccanismi Che inevitabilmente si metterebbero in moto a livello di mercato immobiliare.
Certo è che come già evidenziato più volte in particolare in questo articolo, la gran parte del gas che viene utilizzato in Italia non è utilizzato nella produzione di energia, quindi non è utilizzato dalle centrali, come facilmente si potrebbe pensare: è utilizzato proprio a fini di riscaldamento.
Come, in che modi e in che tempi non lo so, sarà la politica a definirlo ma una cosa è certa su questo tema è opportuno ed urgente intervenire.
Sembra comunque evidente come introdurre un obbligo di questo genere porti con sé la necessità di fornire un aiuto importante in termini di incentivi soprattutto alle fasce popolazioni più in difficoltà.
Certo attenzione ad un aspetto: i tempi ormai sono maturi e questi temi saranno sempre più rilevanti a prescindere da questa direttiva: metto in guardia quindi tutti i possessori di edifici perché attenzione, sarà inevitabile un meccanismo di mercato che premierà gli edifici più performanti per cui sarà nell’interesse di tutti i possessori di edifici spingere il più possibile verso performance più elevate.
Quello che è certo, cioè, è che la strada è ormai tracciata.
Direttiva o meno, che i tempi siano o meno quelli indicati, è chiaro che una rivoluzione edilizia se vogliamo chiamarla così è ormai alle porte.
La direttiva (proposta) e gli allegati



