Posso bere l’acqua del rubinetto? | Facciamo chiarezza una volta per tutte
Bevi acqua del rubinetto!
🥛 E’ buona, costa poco o nulla, ti arriva comodamente in cucina ad una temperatura ottimale…! Ma…
…sai che cosa bevi?!?
💧 Quando un’acqua può dirsi potabile?
💧 Che cosa può minacciarne la potabilità?
💧 Possiamo bere l’acqua del nostro rubinetto?
Leggo spesso sul web in TV, su diverse fonti, consigli circa il fatto di bere acqua del rubinetto, soprattutto a sostegno del tema della sostenibilità.
Nel senso che consumiamo acqua che arriva già nelle nostre abitazioni, quindi non ha bisogno di essere imballata all’interno di un packaging, non ha bisogno di sistemi di trasporti mezzi di trasporto che inquinano durante i loro percorsi
Dal punto di vista sostenibilità certamente bere acqua del rubinetto è un’ottima idea.
Ora, è chiaro quindi che il tema della sostenibilità ci è assolutamente caro: in queste pagine parliamo fondamentalmente di temi legati alla sostenibilità. Tuttavia credo che come in ogni cosa sia comunque sempre opportuno usare il cosiddetto grano salis, cioè utilizzare la testa.
E’ notizia di questi giorni quella della cosiddetta “ameba mangia cervello” per cui pare che negli Stati Uniti una persona sia morta a causa di questa infezione contratta risciacquandosi il naso utilizzando acqua del rubinetto.
Questo significa che dobbiamo essere allarmati ed evitare assolutamente l’acqua di rubinetto?!?
Assolutamente no! Attenzione: è solo un esempio per dire che è opportuno fare dei distinguo.
Nell’ormai lontano 2000 mi sono laureato proprio con una tesi sulle acque potabili: beh non potevo quindi rinunciare ad un approfondimento dedicato?
Quando un’acqua può definirsi potabile?
Beh diciamo si potrebbe rispondere con due diversi criteri fondamentali.
Il primo è uno di buon senso: cioè l’acqua è potabile quando fondamentalmente non fa male alla salute o semmai fa bene. Beviamo per determinati motivi.
Sulla base di un secondo criterio, invece, più di carattere normativo, potremmo dire che un’acqua è potabile quando rispetta determinati parametri cioè concentrazioni di determinati e sostanze in essa contenute, che sono stabiliti da dispositivi di legge.
In Italia la legge principale sulle acque potabili (attenzione non le acque minerali) è il DLgs 31/2001 che però è stato e verrà a breve modificato da una direttiva la 2020/2184/UE, dell’Unione Europea, che di fatto porterà alcune modifiche e che peraltro doveva essere recepita dagli Stati membri entro il 12 di gennaio proprio del 2023.
Ecco purtroppo vedremo in questo articolo come i due criteri, cioè quello di buon senso e quello normativo non sempre sono perfettamente sovrapponibili: l’acqua è ufficialmente potabile quando rispetta determinati limiti i limiti.
Da che cosa sono stabiliti? Beh sono stabiliti dalla scienza di fatto è la scienza che orienta il legislatore e stabilisce che per un certo tipo di sostanza, che ne so il ferro, può essere presente senza compromissione per la salute fino a che ne so X mg per litro
La nuova direttiva andrà ad inserire dei nuovi parametri che prima non venivano controllati come diciamo sostanze derivanti dai trattamenti di disinfezione piuttosto che l’uranio o altre sostanze. Ma va anche a modificare dei parametri dei limiti già previsti nell’attuale normativa.
Le norme attuali infatti non consideravano determinate sostanze che negli ultimi anni invece abbiamo visto come risultino rilevanti per la salute, come i cosiddetti PFAS o il bisfenolo A.
Ecco leggo e ascolto spesso indicazioni sul fatto di bere l’acqua del rubinetto perché è potabile: ma di che rubinetto parliamo?!? Del tuo? Del mio?
Cioè si dice spesso: “bevi l’acqua del rubinetto perché l’acqua del rubinetto è buona”. Ripeto: ma di quale rubinetto, perché se così fosse, cioè se tutti fossero se tutti i rubinetti, se tutte le acque di tutti i rubinetti fossero potabili non ci sarebbe nemmeno l’obbligo e la necessità di controllarla, quando noi invece sappiamo che per aprire un locale per esempio per la somministrazione di elementi bevande è necessario verificare la potabilità dell’acqua, ai fini dell’agibilità di un di un’abitazione è necessario acquisire evidenza della potabilità dell’acqua e capita purtroppo talvolta di osservare quando si fanno le analisi che l’acqua in realtà non risulta potabile.
Cioè non risulta rispondere ai parametri di potabilità. Lo dico da consulente quando mi capita di seguire delle situazioni di avvio di nuove attività in generale nel settore alimentare.
Ma la potabilità dell’acqua che cos’è? In che cosa consiste?
Beh, prima di tutto è ormai chiaro come il problema dell’acqua non siano i calcoli renali! Attenzione: spesso se c’è si è fatta questa associazione nel tempo, nel passato, ma è chiaro che non c’è una diretta correlazione tra la durezza dell’acqua e i calcoli renali.
Piuttosto il problema potrebbe esserci se non beviamo o se non beviamo acqua a sufficienza.
Potabilità biologica
Ecco il primo aspetto della potabilità è la potabilità biologica.
Che cosa significa? Beh sia all’origine, ma anche nel suo percorso di trasporto dall’origine magari all’impianto di trattamento e poi alla destinazione, in relazione all’accumulo, in relazione a fenomeni di corrosione e via dicendo può subire eventi diciamo di inquinamento quindi determinati patogeni possono entrare in contatto con le acque.
Se ti è capitato di fare analisi dell’acqua trovi come indicazione UFC cioè “unità formanti colonia”, che sono le unità di batteri che sono in grado di formare una colonia. Cioè se ci sono e sono in grado di svilupparsi in numero sufficiente, in base alle concentrazioni di batteri nell’acqua si stabilisce se l’acqua appunto è potabile o meno.
Potabilità chimica
Il secondo aspetto invece è la potabilità di natura chimica quindi legata sostanzialmente alle sostanze chimiche che possono essere presenti. E attenzione: non parliamo solo di residuo fisso o di conducibilità, che sono parametri molto generici per descrivere la quantità per esempio di sali minerali, la quantità di ioni in generale presenti in soluzione, ma non ci danno informazioni sulle caratteristiche qualitative più di dettaglio dell’acqua.
I parametri sono diversi e se dai un’occhiata anche alle tabelle e di concentrazione quindi alle tabelle di potabilità dove sono definiti i vari parametri per la potabilità, poui facilmente vedere come sono tanti i parametri di riferimento.
Minacce alla qualità dell’acqua potabile
Quali sono allora le principali minacce alla qualità dell’acqua potabile? Beh Prima di tutto l’arsenico.
E’ un problema purtroppo molto diffuso.
Gli PFAS, cioè le sostanze per fluoroalchiliche, di cui si è parlato molto negli ultimi anni.
Anche il bisfenolo A.
I pesticidi, quelle sostanze che vengono utilizzate in agricoltura.
Le microplastiche: purtroppo negli ultimi anni soprattutto se è visto come anche le acque potabili possono essere inquinate da microplastiche; ho dedicato alle microplastiche un articolo che se vuoi ti consiglio di vedere anche perché da un’idea di come sia davvero incredibile la diffusione di microplastiche, ritrovate addirittura nel corpo umano.
Ma possono esserci chiaramente anche altre sostanze.
Quali sono i rischi?
Beh vediamo alcuni esempi più comuni.
Abbiamo parlato prima di potabilità biologica: beh il primo tipo di contaminante che può essere presente nelle acque è quello appunto biologico quindi i microrganismi; batteri, virus, ma anche altri parassiti, l’ameba è un protozoo.
I casi più comuni ediffusi sono per esempio quelli dei coliformi cosiddetti coliformi fecali che sono “coli – formi” perché assomigliano a escherichia coli, un batterio, il più comune diciamo presente nell’intestino degli umano e degli animali, che chiaramente in determinate situazioni potrebbe anche contaminare le acque, per esempio a seguito della dispersione di liquami piuttosto che altre situazioni; chiaramente i rischi quali sono quelli di contrarre infezioni che possono avere come conseguenze un semplice mal di pancia piuttosto che addirittura malattie più importanti, quali ad esempio quelle determinate dalla salmonella che è un altro batterio abbastanza pericoloso e via dicendo.
Quale può essere l’origine nelle acque di questi contaminanti biologici?
Beh potrebbe essere diciamo “naturale” cioè presente già nell’acqua, oppure legata più più frequentemente, più facilmente a una contaminazione ad esempio da liquami, da ristagni di acqua, da corrosione, fenomeni corrosivi che facilitano lo sviluppo di batteri.
Come dicevo i rischi possono andare dal mal di pancia a malattie più severe.
Arsenico
Un altro esempio molto comune in Italia è quello dell’arsenico.
L’arsenico che cos’è? È un metallo, o meglio un metalloide. È una sostanza che può essere presente in modo naturale all’interno degli acquiferi poiché è legato alla presenza di torbe negli acquiferi profondi. Quindi l’origine è assolutamente naturale.
Peccato che l’arsenico sia comunque una sostanza pericolosa. È infatti ritenuto tossico e cancerogeno.
PFAS e Bisfenolo A
Un altro esempio è quello degli PFAS o del bisfenolo A, sostanze di origine artificiale che purtroppo agiscono come interferenti endocrini. Negli ultimi anni dicevo sono venuti molto alla ribalta alcune situazioni di contaminazione abbastanza evidenti e problematiche e si stanno studiando molto. Gli effetti sono legati soprattutto alla possibile compromissione del sistema endocrino, che è quel sistema che produce gli ormoni nel corpo umano che quindi controlla tutte le sue funzioni vitali.
Pesticidi
Altro esempio ancora sono i pesticidi: come sappiamo i pesticidi sono quelle sostanze che sono utilizzate in agricoltura per combattere gli insetti piuttosto che i funghi e sono sostanze pericolose; si pensi solo che i pesticidi hanno la necessità di essere gestiti in modo particolare: addirittura per l’utilizzo serve un patentino servono sistemi di stoccaggio sicuri…e dove utilizziamo questi prodotti? Sugli alimenti! Cioè sulla frutta e sulla verdura. Già questo la dice lunga sul fatto che abbiamo necessità di fare attenzione a questi aspetti, all’importanza di sviluppare tecniche alternative, perché è evidente che gli effetti sulla salute umana non sono effetti positivi.
Trialometani
Un ultimo esempio è quello dei cosiddetti trialometani sono sostanze che si sviluppano attraverso processi di disinfezione o attraverso il trattamento dell’acqua. Soprattutto in passato si usavano tecniche cosiddette di clorazione al break point, che poi in realtà sono state spesso sostituite da altre tecniche di tipo biologico per il trattamento delle acque.
Ecco però l’utilizzo di cloro nelle acque può determinare la formazione di queste sostanze, i trialometani, che hanno al loro interno degli alogeni, appunto, il cloro e una parte di idrocarburi. Anch’essi pare siano sospetti cancerogeni.
La qualità dell’acqua da che cosa può dipendere?
Beh prima di tutto da dove viene.
È chiaro che l’acqua può provenire da un acquedotto, può provenire da un pozzo, da una sorgente di montagna e quindi intrinsecamente l’acqua già alla sua partenza ha caratteristiche diverse: le acque minerali sono acque che sono sostanzialmente prelevate dalla sorgente e subiscono quasi nessun trattamento cioè sono già potabili alla sorgente.
Le acque potabili spesso sono invece potabilizzate cioè devono essere sottoposte ad un trattamento per la loro potabilizzazione.
La qualità dell’acqua però può variare anche in relazione a che cosa?
Per esempio la profondità del pozzo: è chiaro che un pozzo che preleva acqua da una falda più superficiale potrebbe diciamo ragionevolmente avere una qualità inferiore ad un pozzo profondo anche perché le falde più superficiali sono chiaramente più soggette all’azione per esempio del all’inquinamento prodotto ad esempio dai liquami, piuttosto che dai fertilizzanti utilizzati in agricoltura.
Non è un caso che i pozzi di emungimento abbiano delle fasce di rispetto, cioè delle zone dei cerchi intorno al pozzo all’interno delle quali non è possibile svolgere determinate attività, proprio a protezione del pozzo.
Un altro aspetto che incide chiaramente sulla qualità dell’acqua sono gli eventuali elementi di contaminazione, appunto, che possono venire da diverse fonti, tra queste quelle di tipo agricolo, ma anche quelle di tipo industriale legati agli scarichi idrici di aziende e via dicendo.
Un altro aspetto che incide sulla qualità dell’acqua, sono le caratteristiche dell’acquifero, più o meno profondo, più o meno isolato, comunicante o meno con altri corpi idrici anche a volte superficiali, eccetera.
L’acqua rispetta i limiti: siamo tranquilli?!?
Beh non vorrei rispondere di no, anche perché è l’unico modo che abbiamo per poter verificare la potabilità o meno dell’acqua è quella di verificare da un laboratorio e confrontare chiaramente le concentrazioni che abbiamo rilevato con i relativi limiti, ma (senza voler fare del terrorismo) è giusto, perché fare informazione credo sia sempre una cosa positiva, mettere la lente su un concetto che è quello delle deroghe
Che cosa sono le deroghe?
Beh esistono delle situazioni in Italia dove diciamo i limiti definiti dalla normativa su determinate sostanze possono essere superati.
Tu dirai: ma come! Ebbene sì. Può succedere e cerco di spiegarti i motivi.
Esistono ad esempio deroghe per il ferro, il manganese, l’ammoniaca.
Ma esistono purtroppo deroghe anche per l’arsenico e dico purtroppo perché se da un lato ferro, manganese e ammoniaca hanno una pericolosità relativa, l’arsenico è tutt’altra cosa ed è decisamente più pericoloso.
Quale il motivo?
Ci sono situazioni dove certi inquinanti sono presenti spesso in profondità in natura e la loro rimozione, la loro gestione richiede “strategie complesse che comporterebbero l’uso di risorse e tempi molto elevati”, quindi costi e tempi elevati.
Per questo motivo il legislatore dà la possibilità di alzare di fatto il limite.
Allora attenzione: se c’è un limite ed è di 5 microgrammi litro per esempio sull’arsenico c’è un motivo; la scienza ha stabilito quel limite, in modo tale da poter proteggere la salute. Allora se lo alziamo a 10 piuttosto che a 20, siamo sicuri di poter garantire e proteggere allo stesso modo la salute?
Possiamo cioè comunque stare tranquilli? La scienza ha detto 5 – la legge stabilisce 10 per necessità. Lascio a voi la risposta.
Quindi che cosa fare? Acqua del rubinetto sì o acqua del rubinetto No?
Beh se conosci la qualità, quindi se l’acqua preferibilmente è per esempio di acquedotto o viene da una casetta dell’acqua ovviamente puoi bere l’acqua del rubinetto in tutta tranquillità.
In tante delle nostre città servite da reti acquedottistiche l’acqua è effettivamente di buona qualità, potabile e buona.
Se invece non la conosci beh il mio consiglio è quello di verificare, perché non è così scontato che l’acqua sia così buona un presupposto cioè fondamentale è conoscere la qualità della propria acqua che si vuole bere. Abbiamo infatti capito che in Italia non esiste UN rubinetto, bensì ne esistono migliaia se non decine o centinaia di migliaia.
Quindi se non lo hai fatto prima e hai un pozzo di mungimento, magari fai un’analisi dell’acqua; se vuoi essere ancora più tranquillo, anche se hai di fatto un’acqua che proviene da una rete acquedottistica, beh puoi sempre comunque farti un controllo in più.
È chiaro che una tranquillità maggiore c’è con le acque di origine pubblica o con le casette dell’acqua, che chiaramente sono controllate, ma anche in questi casi comunque con alcune riserve per cui può essere sempre utile comunque verificare al punto di utilizzo la qualità dell’acqua per il semplice fatto che il gestore della tua rete acquedottistica sicuramente farà le cose come si deve, ma non viene a campionare l’acqua a casa tua e chiaramente sul percorso sul percorso di trasporto dell’acqua qualcosa può accadere, per cui può essere sempre una buona idea quella di verificarla al tuo rubinetto.
Come possiamo dire allora in senso generale “bevi l’acqua del rubinetto” quando sono tantissime in Italia le situazioni in cui non si beve un acqua fornita da un acquedotto ma l’acqua pescata da un proprio pozzo?
Come possiamo dire che quell’acqua fa bene o tra virgolette è buona se di fatto non ne conosciamo la qualità specifica?
Ecco cosa intendevo dire quando all’inizio ho detto che era opportuno fare dei distinguo: molti pozzi in Italia sono domestici, conosciamo la loro qualità?
Detto questo è importante però aggiungere una considerazione, perché è evidente che dove è possibile dove l’acqua effettivamente ha una buona qualità ed è potabile al rubinetto è bene utilizzare l’acqua del rubinetto, proprio per il fatto che come ho detto all’inizio non ci sono sistemi di imballaggio, non ci sono mezzi di trasporto con emissioni in atmosfera, con consumo di carburanti, che devono essere prodotti a loro volta con emissioni.
Ridurre il consumo di acqua in bottiglia è comunque un must soprattutto quando le bottiglie sono di plastica.
Dati Greenpeace del 2021 ci dicono che in Italia sono state consumate 11 miliardi di bottiglie di plastica corrispondenti a 460 mila tonnellate di plastica che a loro volta corrispondono a 1,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti per la loro produzione.
Ecco è evidente che abbiamo bisogno di ridurre. L’acqua del rubinetto ci darebbe importanti vantaggi in termini di costi, in termini di trasporto e quindi direttamente sul clima; indirettamente sul clima in termini di imballaggi in termini quindi di plastica.
E’ chiaro che l’acqua è un bene primario ed è assolutamente un diritto di tutti. Il ruolo dello Stato e quando parlo di Stato intendo “all inclusive”, quindi di tutti i sistemi pubblici in qualche modo che fanno riferimento all’apparato statale, è un ruolo da questo punto di vista importante se non fondamentale, se vogliamo ridurre i rifiuti di plastica le emissioni prodotte, la CO2 è chiaro che sarebbe una buona idea quella di garantire ai nostri cittadini acqua del rubinetto autenticamente potabile.
E’ giusto anche dire che probabilmente una parte importante lo è: io non ho fatto un’analisi quantitativa, è giusto sensibilizzare sul suo utilizzo ma è evidente da quello che abbiamo visto che c’è del lavoro da fare in termini di qualità dell’acqua e anche dal punto di vista della quantità delle acque: ne ho parlato in un altro articolo sul risparmio di acqua e ho messo in evidenza come sia veramente incredibile la quantità di acqua che perdiamo nelle reti di distribuzione.
Ecco questo articolo ti apparirà forse un po’ strano perché qui parliamo di sostenibilità, però è chiaro come ho detto all’inizio che la sostenibilità non può fare a meno del buon senso e dell’intelligenza.
🚗 𝗔𝘂𝘁𝗼 𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗿𝗶𝗰𝗮: è davvero 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 o qualcuno sta “cavalcando” l’onda green e si tratta solo di una grande operazione di business?!? Mettendo a confronto auto tradizionale ed elettrica cerchiamo di fare luce su questi aspetti.
Dal 2035 avremo solo auto elettriche?!?
Beh non è dato saperlo.
Certamente però il mondo all’orizzonte (il mondo delle auto) è chiaramente elettrico.
Che sia il 2035 il 2040 o 2050 non fa molta differenza: la strada di fatto è tracciata.
Sono trascorsi ormai quasi 140 anni dalla prima auto con il motore cosiddetto “a scoppio”: era il 1886 quando sul mercato è comparsa la prima Patent Motorvaghen, la prima auto con il motore a scoppio.
Oddio, “auto” forse è un parolone, il primo veicolo su ruote con il motore a scoppio.
Ma per quale caspita di motivo oggi dobbiamo rivoluzionare il mondo delle auto?!?
Beh pare che il motivo sia legato al clima e al cambiamento climatico.
Ma è davvero così?
L’auto elettrica inoltre è davvero sostenibile o semplicemente qualcuno sta cavalcando quest'”onda Green” per spingere il settore in questa direzione?!?
Scopriamolo in questo articolo.
Auto tradizionale ed elettrica a confronto
L’auto è un’invenzione senza dubbio straordinaria.
Quasi tutti oggi nel mondo occidentale ne hanno almeno una: pensiamo per un attimo a che cos’era la vita prima dell’invenzione e della diffusione delle auto che cosa significava andare al lavoro, piuttosto che andare in vacanza.
Certi spostamenti sicuramente erano un lusso di pochi e potevano avvenire con la carrozza e il cavallo, altrimenti per chi non se li poteva permettere con la bicicletta e sicuramente con tanta fatica.
Pensiamo a che cos’era il settore dei trasporti commerciali prima dell’auto: il materiale era trasportato su un carro trainato da cavalli piuttosto che da buoi o da altri animali l’agricoltura era fatta di animali oltre che alla forza delle braccia, giogo e sicuramente tanto lavoro e tanta fatica.
L’auto sicuramente ha contribuito ad essere un elemento di svolta, se vogliamo, verso lo sviluppo e verso il benessere; ha contribuito in modo certamente importante.
Ma qual è l’impatto dell’auto sulla salute piuttosto che sull’ambiente e sul clima in particolare?
Auto elettrica: impatto sulla salute
Partiamo dalla salute.
Ci limiteremo solo alla fase di utilizzo nel senso che è chiaro che sarebbe corretto prendere in considerazione anche la fase di produzione e addirittura di dismissione ma in questo contesto ci limitiamo alla fase di utilizzo.
Il motore endotermico o motore a combustione interna è di fatto una macchina e una macchina per definizione è un oggetto che converte energia da una forma all’altra: l’energia chimica contenuta all’interno del combustibile e del comburente che sono utilizzati nel processo di combustione, attraverso un innesco quindi un elemento che in qualche modo consente di superare l’energia di attivazione, cioè che innesca di fatto il processo di combustione, determina lo sviluppo di energia termica; questa energia termica è poi convertita in energia meccanica in termini di moto alternativo poi in moto rotatorio e questa energia meccanica viene poi trasformata a sua volta in energia cinetica che è quella in ultima analisi del veicolo in movimento.
Questo processo di trasformazione dell’energia è tuttavia accompagnato anche da una trasformazione della materia, delle sostanze che ci sono in gioco: il combustibile che è chiaramente un combustibile fossile reagisce con l’ossigeno dell’aria.
Quali sono i prodotti di questa reazione?
Prima di tutto CO2 (anidride carbonica) che è il nostro gas serra che chiaramente va ad interagire purtroppo con il clima, nel senso che come sappiamo È uno di quei gas che determina il cosiddetto effetto serra: che permette in sostanza ai raggi solari di entrare nell’atmosfera, ma più difficilmente di uscirne, determinando quindi di fatto un fenomeno di riscaldamento.
Poi c’è il vapore acqueo: sicuramente si produce anche vapore acqueo (che di fatto è anch’esso un gas serra)
La reazione tuttavia determina anche la formazione di altre sostanze, tra queste i cosiddetti idrocarburi incombusti e tra questi ve ne sono alcuni che sono purtroppo particolarmente pericolosi. Ne cito soltanto due, che sono gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), componenti particolarmente complessi e pesanti del petrolio, e il benzene.
Entrambi questi due prodotti sono purtroppo cancerogeni: se il processo di combustione ha utilizzato come carburante il gasolio, tra gli effluenti, residui di combustione, vi sono anche delle particelle: il cosiddetto particolato, cioè le PM10 o PM2.5 o addirittura nanoparticelle, cioè particelle che hanno un diametro aerodinamico molto piccolo, di quindi dell’ordine del miliardesimo di metro, del milionesimo di millimetro; particelle quindi molto molto piccole.
Ma la combustione in un motore endotermico parte da un comburente che è l’ossigeno, presente nell’aria: non si usano bombole di ossigeno puro, si usa l’aria! L’aria però come sappiamo è una miscela costituita da ossigeno solo circa per il 20-21%, mentre c’è quasi un 80% di azoto e questo quindi ha un effetto, che è quello per cui il processo di combustione di fatto sviluppa anche ossidi di azoto.
Inoltre nel gasolio può essere presente zolfo e la combustione determina quindi la formazione anche di ossidi di zolfo.
Quindi qual è il problema dal punto di vista della salute?
Beh chiaramente il vapore acqueo non è pericoloso per la salute. La CO2 nemmeno (alle concentrazioni che si possono determinare e comunque anche in un’area urbana; la CO2 è un gas che può dare asfissia, ma quando le concentrazioni diventano molto elevate).
Benzene e IPA (idrocarburi policiclici aromatici) sono invece pericolosi, perché come ho detto sono cancerogeni. Entrambe le tipologie di ossidi inotre, quindi ossidi di azoto e ossidi di zolfo, hanno invece come conseguenza malattie respiratorie, tosse, irritazioni, patologie acute e croniche dell’apparato respiratorio. Quindi ancora asma, bronchiti, allergie, addirittura tumori. Ma non solo sull’apparato respiratorio: anche l’apparato cardiocircolatorio può essere oggetto di conseguenze, soprattutto con effetti di aggravamento dei sintomi nei soggetti che sono particolarmente predisposti. Anche le nanoparticelle, che possono entrare nel flusso sanguigno, come peraltro abbiamo visto anche in un articolo dedicato alle microplastiche.
Un altro aspetto che incide negativamente sulla salute è la concomitanza, nel senso che articolato e ossidi di azoto di zolfo hanno effetti gli stessi organi bersaglio. Gli effetti chiaramente si sommano, quindi soprattutto le città o le zone adiacenti ad arterie a traffico intenso, diventano di fatto delle isole non solo di calore ma anche di inquinanti in qualche modo e comunque l’esposizione a questo tipo di sostanze chiaramente rappresenta un pericolo per la salute dell’uomo.
Quindi per la salute l’auto tradizionale è chiaramente un problema: spesso non è così percepibile, ma è chiaramente presente.
Auto elettrica: impatto sull’ambiente
E sull’ambiente?
Attenzione: che sia elettrica o no l’auto genera chiaramente degli impatti sull’ambiente. L’impatto non riguarda infatti unicamente la fase di emissione legata al consumo di carburante, bensì come ho già accennato in un articolo dedicato ad un prototipo di auto ad emissioni zero che si chiama Zem, ad impatti rilevanti anche durante tutto il ciclo di vita, quindi anche nella fase di produzione: della produzione dell’auto, della produzione delle stesse materie prime che verranno utilizzate, che vanno dal metallo, alla plastica, alle terre rare utilizzate ad esempio nei circuiti elettrici ed elettronici, non ultime delle batterie.
Gli stessi processi di produzione delle materie prime, anzi, oserei dire soprattutto i processi di produzione delle materie prime, comportano impatti rilevanti: in particolare il litio per le batterie e altri metalli o terre rare, ma non è finita.
Chiaramente l’auto alla fine del suo ciclo di vita rappresenta un rifiuto e non è facile disassemblare e smaltire i vari componenti: sicuramente anche questo comporta un dispendio di energia e quindi emissioni in atmosfera e certamente anche questa fase non è priva di elementi di impatto sull’ambiente.
Effetti sul clima e il cambiamento climatico
Ma veniamo in particolare al clima e al cambiamento climatico: intervenire sul clima è chiaramente e assolutamente urgente, però un aspetto fondamentale in relazione al ragionamento che stiamo facendo è questo:
qual è il peso reale dell’auto quindi, dell’eventuale sostituzione con auto elettrica, in tutto questo?!?
Quanto incidono le auto sul cambiamento climatico? Beh chiaramente un’auto incide soprattutto in termini di consumo di carburante, questo perché il carburante è un combustibile fossile, con un elevato contenuto di carbonio e quindi durante la combustione sviluppa come sappiamo la CO2 che è uno dei principali gas ad effetto serra.
Ma attenzione: non c’è solo il processo di combustione, bensì anche i processi di produzione dell’auto stessa, i processi di estrazione delle materie prime che sono utilizzate.
Ma quanto incide l’auto in termini di gas serra prodotti?
Beh secondo l’EPA (Environmental Protection Agency – Agenzia di protezione ambientale) degli Stati Uniti, i trasporti negli Stati Uniti (dati del 2022) incidono per il 27%.
Secondo l’IPCC, che come abbiamo già visto in un articolo dedicato al clima è la fonte più autorevole in fatto di di clima e cambiamento climatico, secondo i dati del 2010, i trasporti incidevano per il 23%, corrispondenti a 6,7 miliardi di tonnellate di CO2.

Come si vede da questo grafico estratto dall’ultimo rapporto dell’IPCC (il cosiddetto AR6) – risultati del 2019 – i trasporti incidono per il 15%; ma attenzione: la quota non è diminuita! Il punto è che sono aumentati di più gli altri settori, ma da 6,7 gt di CO2 equivalenti per anno, passiamo a 8,7, con un incremento del 30% in nove anni, quindi un incremento decisamente significativo.
Come si vede nei report IPCC il trasporto su strada incide in misura decisamente maggiore, secondo dati del 2010, per il 72%, secondo dati del 2019 per il 66% circa.
Quindi la gran maggior parte delle missioni di CO2 è legata ai trasporti ed in particolare ai trasporti su strada.
Ma attenzione: vanno certamente anche considerate le prospettive di incremento, che prevedono addirittura un raddoppio entro il 2050.
Le auto quindi costituiscono una fetta decisamente importante sulle emissioni di gas serra e abbiamo quindi compreso come non possiamo fare a meno di intervenire anche su questo settore.
Ma l’auto elettrica è veramente sostenibile?
Beh l’auto consuma energia elettrica: la risposta quindi è inevitabilmente correlata alla tipologia di energia elettrica utilizzata, cioè alle fonti dalle quali si produce quell’energia elettrica necessaria per l’auto. L’auto elettrica consuma elettricità, quindi un mondo di auto elettriche richiede una produzione rilevante di energia dedicata a questo.
Un aspetto chiave e quindi legato alla tipologia di energia elettrica prodotta: chiaramente se quella energia elettrica viene dal carbone, non abbiamo fatto altro che spostare il problema; è ovvio quindi che opportuno sarebbe l’abbinamento con le energie rinnovabili, con energie pulite.
Però attenzione: comunque ridurre le auto a combustione interna nelle città, porterebbe certamente dei vantaggi alla salute delle persone, questo a prescindere.
Ma veniamo alle batterie: certamente non crescono nei campi! La maggior parte del litio prodotto che viene destinato alle batterie proviene da miniere di roccia dura o serbatoi sotterranei; chiaramente per estrarre quel litio servono grandi quantità di energia e spesso quella che viene attualmente utilizzata è energia prodotta da combustibili fossili, quindi con emissione di CO2.
Secondo il Climate Portal del MIT (Massachusetts Institute of Technology) degli Stati Uniti, per una tonnellata di litio estratto sono prodotte 15 tonnellate di CO2. Ma non solo: per l’estrazione del litio serve molta acqua, servono prodotti chimici, serve multa manodopera. Inoltre la gran parte delle batterie per auto è prodotta in paesi che producono molta energia del carbone.
Auto elettriche: le batterie
Le batterie per auto sono costituite da 3 elementi fondamentali:
- il cosiddetto pack, che è in sostanza il contenitore della batteria;
- il cosiddetto BMS (Battery Management System) che è sostanzialmente l’elettronica di gestione della batteria;
- la cella vera e propria: il cuore della batteria
secondo studi di Lyfe Cycle Assessment, cioè l’analisi del ciclo di vita della produzione delle batterie, la cella è la parte con impronta di carbonio, quindi con quantità di sviluppo di CO2 di gas serra, più elevata.
Pare che il 40% dell’impatto climatico totale sia proprio legato ai processi di estrazione di conversione raffinazione dei materiali attivi delle celle, quali litio ma anche il nichel, il manganese e il cobalto.
Ma attenzione!
Ecco il punto chiave: sebbene molto sia certamente migliorabile, numerosi studi ad esempio del MIT (il Massachusetts Institute of Technology degli Stati Uniti) dimostrano come l’auto elettrica sia comunque e tutto considerato ad impatto minore e con impronta di carbonio inferiore rispetto all’auto tradizionale,
questo sebbene l’impatto considerando le fasi di produzione vere e proprie di produzione delle materie prime sia addirittura più importante.
Secondo uno studio dell’international Council of Clean Trasportation degli Stati Uniti, esaminando le emissioni di gas serra su 150.000 km percorsi da un’auto ma anche compreso l’intero ciclo di vita, quindi anche la produzione dell’auto, quindi nell’intero ciclo di vita le auto elettriche sono migliori.
Secondo lo studio Insights Into Future Mobility del MIT del 2019 considerando gli aspetti di produzione dell’auto di produzione del carburante e di consumo del carburante stesso:
- un’auto tradizionale produce circa 350 grammi di CO2 per miglio percorso,
- un auto ibrida circa 260
- un’auto elettrica circa 200
quindi quasi la metà, considerando tutte le fasi (perché chiaramente durante l’utilizzo non ha emissione di CO2), quindi comprensive della produzione della produzione di carburante.
Chiaramente l’impatto legato ai processi di produzione di produzione delle materie prime è fisso quindi è chiaro che più l’auto funziona più si vedono i benefici, più riduce le sue emissioni rispetto a un’auto tradizionale.
I diversi studi esaminati evidenziano un risparmio complessivo di CO2 rispetto all’auto media stimabile mediamente in una quota variabile tra il 25 e il 40 per cento.
Quindi che cosa possiamo concludere?
L’auto elettrica può essere definita un’auto a emissioni Zero?
Chiaramente no.
Zem parte (Zem è un’auto però è un prototipo di cui ho parlato in un articolo dedicato, che è stata proprio studiata per ridurre al minimo gli impatti in tutto il suo ciclo di vita quindi anche a livello di produzione e di decommissioning – ma purtroppo è solo un prototipo) è evidente da quello che abbiamo detto che tutti i processi devono essere sottoposti a revisione a favore di una reale sostenibilità e naturalmente compresi anche quelli che riguardano la estrazione produzione delle materie prime.
Per la costruzione delle auto e delle batterie diventa quindi importante sviluppare circuiti di recupero e di riutilizzo delle batterie piuttosto che dei materiali che costituiscono le batterie e le auto stesse.
Un aspetto chiave inoltre è quello dell’energia: l’energia elettrica che viene utilizzata; più l’energia utilizzata è pulita più tutto depone a favore dell’auto elettrica.
La transizione energetica già in atto di fatto spingerà questo miglioramento inevitabilmente, perché c’è una transizione inevitabile e già in corso verso l’energia rinnovabili, verso forme di energia più pulita e chiaramente l’auto elettrica più utilizza energia rinnovabile più acquisisce vantaggio rispetto all’auto tradizionale; si riduce infatti la sua impronta ecologica.
Quindi più aumenterà la quota di rinnovabili sull’energia utilizzata più di fatto le auto elettriche diventeranno sempre più sostenibili. Certo gli studi che ho messo in evidenza in questo video dimostrano come non si può fare a meno di accelerare anche dal punto di vista della sostenibilità della riduzione dell’impronta ecologica quindi delle emissioni di carbonio anche sugli altri settori, quelli che chiaramente hanno un impatto decisamente importante, quindi l’industria produzione di energia, l’agricoltura, la silvicoltura e il settore degli edifici
In termini di riscaldamento climatico serve quindi una visione ampia dei processi e dei loro impatti, serve intervenire a tutti i livelli; detto questo una parte certamente importante la farà l’evoluzione o meglio la rivoluzione del settore dei trasporti ed in particolare dei trasporti su gomma quindi delle auto.
E’ ormai noto a tutti come la plastica, pur essendo un materiale chiave nello sviluppo tecnologico a partire dal 1900 ad oggi, sia accusata di rappresentare un grave problema per la salute del nostro pianeta, ma anche per la salute dell’uomo.
La plastica nasce a fine ottocento e nel tempo ha uno sviluppo enorme, sia in termini di tipologie e caratteristiche dei materiali, sia in termini di diffusione, che delle innumerevoli applicazioni.
Ma è proprio vero che la plastica costituisce un problema?
Che cosa dice la scienza?
Perché tanto allarmismo?
Microplastiche | Vero pericolo o grande bufala?
Industria della plastica
Con il termine plastica si intendono in realtà una serie di molecole diverse tra loro ad elevato peso molecolare cioè molto grandi e strutturate, di origine sintetica quindi chimica, artificiale.
Le plastiche in genere sono dei polimeri ossia delle catene costituite da molteplici singole unità denominate monomeri, che sono le singole molecole.
Prima della polimerizzazione può essere che siano aggiunti degli additivi ad esempio per attribuire un colore al materiale.
I materiali plastici più comuni sono il polipropilene, il polietilene, i pliammide (nylon), l’ABS e via dicendo. Chiaramente i diversi materiali hanno caratteristiche diverse in particolare di tipo meccanico (elasticità, resistenza a sollecitazioni, lavorabilità,…) e quindi si prestano per realizzare oggetti differenti (es. film plastici piuttosto che contenitori, componenti di macchine, ecc.).

Macroplastiche
Beh è un fatto ormai riconosciuto come la plastica sia un problema per il nostro pianeta, già a partire dalle “macroplastiche” cioè da tutti quegli oggetti di plastica che provocano danni reali e concreti al mondo animale e non solo.
Basta pensare ai pesci imbrigliati nei sacchetti di plastica, o agli uccelli, alle tartarughe (che scambiano i sacchetti per meduse di cui si cibano) e addirittura ai capidogli con quantità inenarrabili di plastica nello stomaco.
Un sacco di animali finiscono per ingerire pezzi di plastica così come un sacco di animali finiscono intrappolati nella plastica degli oceani.
Secondo l’ONU, i rifiuti di plastica uccidono ogni anno fino a un milione di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini, un numero inquantificabile di tartarughe marine e di pesci.
Nel Pacifico ci sono isole di plastica di dimensioni spaventose (il cosiddetto Pacific Trash Vortex).
Dovunque ci capiti di andare, in montagna o al mare, in ambienti di ogni genere, troviamo plastica ovunque (bicchieri, bottiglie e oggetti di ogni genere abbandonati).
Ma se da un lato le macroplastiche potrebbero essere più facilmente gestibili in un mondo civile, in cui la loro dispersione nell’ambiente è controllata, un discorso diverso vale per le cosiddette microplastiche.
Microplastiche e salute
La rivista Science of The Total Environment, lo scorso 20 July 2022, ha pubblicato questo articolo.
Lo studio è stato effettuato da un team di ricercatori Università di Hull, nel Regno Unito, in collaborazione con altri ricercatori e medici del Dipartimento di Chirurgia Cardiotoracica dell’ospedale di Cottingham
Lo studio ha analizzato campioni di tessuto polmonare umano ed è stato in grado di rilevare 39 unità di microplastiche in 11 dei 13 campioni esaminati; corrispondenti quindi all’85%. Le plastiche rilevate avevano una dimensione superiore ai 3 micron, in relazione alla sensibilità del metodo utilizzato, quindi non si può escludere che fossero presenti in microplastiche di dimensioni inferiori.
Le microplastiche rilevate sono risultate appartenere a 12 tipi di polimeri tra cui polipropilene o PP (23%), polietilene tetraftalato o PET (18%) e resine (15%) sono i più abbondanti.
Le microplastiche sono state rilevate in tutte le regioni del polmone alta media e bassa.
Questo può essere preoccupante perché chiaramente più sono penetranti più sono pericolose: potenzialmente arrivano cioè alle regioni di scambio gassoso, costituite dagli alveoli polmonari, dove peraltro le particelle possono depositarsi e proprio in relazione alla resistenza dei materiali plastici che sono realizzati per questo, rimanere per lungo tempo e chiaramente provocare effetti che ad oggi sono noti solo in parte.
Ma non finisce qui.
In questo studio pubblicato dall’università di Amsterdam si è dimostrata la presenza di microplastiche nel sangue umano. Tre quarti dei soggetti esaminati avevano plastica nel sangue.
Ebbene si. Sembra incredibile ma la ricerca è stata la prima a dimostrare che le particelle di plastica possono finire nel flusso sanguigno umano. La ricerca attuale mostra che le persone assorbono le microplastiche dal loro ambiente nella loro vita quotidiana e che le quantità sono misurabili nel loro sangue.
Questo studio pubblicato da Environmental Health Perspectives, ha raccolto e riesaminato 50 ricerche sulla contaminazione da microplastiche nei pesci, nei molluschi (quindi ad esempio nelle cozze, piuttosto che nei calamari) e negli echinodermi (come sono i ricci di mare) e ne ha confermato la presenza nella maggior parte dei casi, rappresentando questo un rischio concreto di ingestione di plastica da parte dell’uomo.
Come rinunciare ad un bel fritto misto.
Certo risulterebbe meno interessante se dovessimo pensarlo condito con una bella spolverata di plastica.
Le microplastiche sono presenti anche nelle Tutti destinate al consumo umano come evidenzia questo studio. Tutti i campioni esaminati hanno confermato la contaminazione da microplastiche dell’acqua potabile. I polimeri più comuni identificati nei campioni erano il polietilene tereftalato (PET) e il polipropilene (PP).
Secondo ISS le microplastiche sono state riscontrate anche in altri alimenti:
- nel sale;
- nella birra;
- nel miele;
- nell’acqua in bottiglia;
- nell’acqua del rubinetto.
Siamo circondati.
Ma fino a dove arrivano le microplastiche?
Le microplastiche arrivano ovunque e lo dimostra questo studio, pubblicato su Nature Geoscience. Lo studio ha addirittura documentato la deposizione di microplastiche per via atmosferica in un bacino di montagna remoto e incontaminato nei Pirenei francesi. In alta montagna.
E attenzione: stiamo parlando solo di microplastiche poiché le nanoplastiche ad oggi risultano ancora difficili da studiare per le loro dimensioni ma potenzialmente hanno una capacità di diffusione e ancora maggiore.
Questo studio pubblicato su Environmental Science & Technology, ha dimostrato come negli ambienti chiusi la concentrazione di microplastiche fosse superiore di 28 volte a quella dell’ambiente esterno, con concentrazioni maggiori nelle zone industriali, seguite da località urbane e interne in aree ad alta densità.
Tutto questo significa che potenzialmente siamo circondati da microplastiche.
Che le microplastiche hanno raggiunto una diffusione tale da impedirci qualunque possibilità di controllo.
Quanta plastica “mangiamo”?
La plastica dall’ambiente arriva ai nostri polmoni, quindi nel sangue e nei diversi organi, incluso il tratto gastrointestinale.
Come fa? Beh è molto semplice e lo abbiamo intuito: la chiave di volta sono le sue dimensioni. Più volte abbiamo sentito parlare di microplastiche: ebbene, le microplastiche sono anche “molto micro”, diffondono in forma di polvere ed entrano nel nostro corpo.
La plastica la respiriamo e la mangiamo.
Secondo uno studio [VEDI PDF] condotto dall’università australiana di Newcastle (a nord di Sydney) e commissionata dal WWF, che combina dati di oltre 50 precedenti ricerche, finiamo per ingerire mediamente circa 5 grammi di plastica a settimana corrispondenti all’incirca al peso di una carta di credito.
Che cosa sono le microplastiche?
Le dimensioni
Un primo aspetto da considerare nella valutazione dell’ingestione di plastica da parte dell’uomo, che potrebbe apparire qualcosa di così improbabile, è proprio il concetto di microplastiche.
Per microplastiche dobbiamo intendere non solo dei pezzettini piccoli di plastica come spesso le vediamo rappresentate sui media, bensì particelle che hanno dimensioni estremamente piccole e che sono sostanzialmente per noi non visibili.
Parliamo di dimensioni dell’ordine del micron quindi del milionesimo di metro cioè del millesimo di millimetro. E già qui siamo all’ordine di grandezza della dimensione dei batteri. Ma le microplastiche arrivano secondo alcuni studi addirittura al nanometro quindi al miliardesimo di metro ovvero al milionesimo di millimetro: si parla infatti di nanoplastiche.
Sono proprio queste che rappresentano il maggiore pericolo per noi.
Categorie di microplastiche
Le microplastiche sono divise in due categorie principali quelle primarie quindi che sono prodotte e utilizzate come tali cioè come piccole particelle, pensiamo ad esempio ai cosmetici come gli esfolianti, piuttosto che i dentifrici con le microparticelle, ecc.
Poi ci sono quelle secondarie che si producono cioè a seguito della degradazione di oggetti di più grandi dimensioni che vengono ad esempio abbandonati nell’ambiente o che sono soggetti ad usura, come gli pneumatici dei veicoli.
Una parte importante delle microplastiche secondarie proviene certamente dai tessuti sintetici e dalla degradazione delle relative fibre.
Ma non solo. Chiaramente tutti quegli oggetti che sono abbandonati nell’ambiente progressivamente si degradano e originano microplastiche così come tutti quegli oggetti più esposti all’azione degli agenti meteorici e costituiti da materiali plastici generano microplastiche.
Quali effetti sulla nostra salute?
Microplastiche: quali effetti?
Esistono forti timori in merito ai possibili effetti.
Gli effetti possono essere di due tipi: di tipo fisico cioè legati all’interazione meccanica di queste particelle nelle sedi in cui vanno ad accumularsi sia all’interno dell’apparato gastrointestinale sia all’interno dei polmoni fino agli alveoli polmonari.
E poi di tipo chimico, ad esempio in relazione alla presenza di sostanze quali ftalati e bisfenolo A, di cui è stato ampiamente dimostrato l’effetto in termini di interferenza sul sistema endocrino, che gestisce gli ormoni prodotti dal corpo umano per la regolazione di tutte le sue funzioni.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, le microplastiche si accumulano nel fegato, nei reni, nell’ intestino e hanno come effetti lo stress ossidativo (quindi un disequilibrio a livello chimico che può generare dei problemi a livello cellulare), problemi metabolici, processi infiammatori e danni al sistemi immunitario e neurologico.
Questo studio pubblicato su Springer Linke evidenzia tuttavia come vi sia ancora troppa scarsità di conoscenza sui possibili effetti delle microplastiche sulla salute e non solo rispetto ai polmoni, ma anche rispetto all’accumulo a livello gastrointestinale, quindi sostanzialmente attraverso il cibo e come abbiamo visto il cibo è sempre più pieno di plastica; nonché all’accumulo nel sangue, che peraltro ne consente la diffusione in tutti gli organi e tessuti.
Lo studio parla di “urgente bisogno di ricerca mirata nel campo delle interazioni tra microplastica e salute. In particolare, è importante capire quali meccanismi patologici innescati dalle MNPs possono portare a cancerogenesi e concomitanti effetti infiammatori e sul sistema immunitario”.
Tutti gli studi esaminati concordano nel dire che abbiamo urgentemente bisogno di saperne di più, soprattutto sugli effetti.
Quindi? Che fare?
Il punto è che non ne sappiamo abbastanza ma purtroppo nel frattempo continuiamo a respirare e ingerire plastica.
È chiaro quindi come anche solo in relazione ad un principio di precauzione sia opportuno limitare al minimo possibile la produzione di microplastiche di tipo primario, quindi realizzate ad hoc, se non azzerarla
e limitare al tempo stesso al massimo possibile la dispersione della plastica nell’ambiente dove può facilmente essere degradata e originare di conseguenza microplastiche di tipo secondario.
Al tempo stesso Però c’è un fermento molto importante che deve essere sicuramente stimolato e incentivato in termini di sviluppo e produzione di materiali alternativi.
Solo qualche anno fa sembrava impensabile riuscire a realizzare dei sacchetti in materiale plastico biodegradabile che fossero efficienti nella loro funzione.
Oggi fortunatamente almeno in Europa i sacchetti di plastica sono stati messi al bando e i materiali alternativi sono ampiamente diffusi, anche per i prodotti cosiddetti usa e getta quali piattini bicchieri di plastica e via dicendo.
Della plastica sarà oggettivamente difficile fare a meno in tempi brevi, ma possiamo rivederne le modalità di utilizzo e di gestione, limitarne le applicazioni ad esempio ai settori industriali dove è più difficile una sua sostituzione, ma che al tempo stesso presentano meno rischi per l’ambiente e quindi per la nostra salute
Sono molto interessanti alcuni materiali alternativi già sviluppati e che si stanno affacciando al mercato, realizzati a partire da sostanze di origine naturale, quali il micelio e le alghe.
Un futuro diverso è possibile e dobbiamo crederci: abbiamo bisogno di materiali diversi, per tutelare l’ambiente in cui viviamo, ma prima ancora per la nostra salute.
Proprio a questi intendo dedicare un approfondimento particolare mediante un articolo e un video dedicato sul nostro canale Youtube (https://www.youtube.com/@vivi.sostenibile).
Come possiamo limitare noi le microplastiche?
Nel frattempo che cosa possiamo fare per limitare la nostra esposizione alle microplastiche?
La prima cosa da fare è aprire gli occhi quando acquistiamo dei cosmetici ad esempio: dal primo gennaio 2020 le microplastiche sono vietate ma talvolta possono ancora essere presenti, per cui è bene verificare sempre sull’etichetta. PE, PET, PP, PMMA sono tutte sigle che rappresentano materiali plastici.
Discorso analogo per i dentifrici evitiamo i microgranuli.
Una fonte importante di microplastiche nella forma di microfibra sono i tessuti sintetici.
La soluzione da questo punto di vista consiste nel preferire capi di origine naturale – cotone, lana, lino, canapa, seta, ecc. e anche in questo caso è importante dare un’occhiata all’etichetta perché spesso si tratta di tessuti misti.
Durante il lavaggio i più virtuosi possono adottare impiego di sacche apposite in grado di trattenere le microplastiche.
Altra soluzione può essere quella di utilizzare materiali il più possibile naturali anche per la cucina ad esempio, per imballare il cibo. Esistono ad esempio materiali a base di cera d’api, contenitori e oggetti vari in bambù al posto della plastica.
In generale preferire materiali naturali per gli oggetti di uso comune.
Chiaramente è opportuno prediligere le borracce riutilizzabili piuttosto delle bottiglie e bicchieri usa e getta.
Sono solo alcuni esempi e ovviamente non possiamo cambiare il mondo in termini di inquinamento da microplastiche, però possiamo partire da casa nostra, riducendo anche lo stesso sviluppo e produzione di microplastica negli ambienti domestici.



