Microplastiche: ambiente e salute

E’ ormai noto a tutti come la plastica, pur essendo un materiale chiave nello sviluppo tecnologico a partire dal 1900 ad oggi, sia accusata di rappresentare un grave problema per la salute del nostro pianeta, ma anche per la salute dell’uomo

La plastica nasce a fine ottocento e nel tempo ha uno sviluppo enorme, sia in termini di tipologie e caratteristiche dei materiali, sia in termini di diffusione, che delle innumerevoli applicazioni.

Ma è proprio vero che la plastica costituisce un problema?

Che cosa dice la scienza?

Perché tanto allarmismo? 

Microplastiche | Vero pericolo o grande bufala?

Industria della plastica

Con il termine plastica si intendono in realtà una serie di molecole diverse tra loro ad elevato peso molecolare cioè molto grandi e strutturate, di origine sintetica quindi chimica, artificiale. 

Le plastiche in genere sono dei polimeri ossia delle catene costituite da molteplici singole unità denominate monomeri, che sono le singole molecole. 

Prima della polimerizzazione può essere che siano aggiunti degli additivi ad esempio per attribuire un colore al materiale.

I materiali plastici più comuni sono il polipropilene, il polietilene, i pliammide (nylon), l’ABS e via dicendo. Chiaramente i diversi materiali hanno caratteristiche diverse in particolare di tipo meccanico (elasticità, resistenza a sollecitazioni, lavorabilità,…) e quindi si prestano per realizzare oggetti differenti (es. film plastici piuttosto che contenitori, componenti di macchine, ecc.).

Macroplastiche

Beh è un fatto ormai riconosciuto come la plastica sia un problema per il nostro pianeta, già a partire dalle “macroplastiche” cioè da tutti quegli oggetti di plastica che provocano danni reali e concreti al mondo animale e non solo. 

Basta pensare ai pesci imbrigliati nei sacchetti di plastica, o agli uccelli, alle tartarughe (che scambiano i sacchetti per meduse di cui si cibano) e addirittura ai capidogli con quantità inenarrabili di plastica nello stomaco.

Un sacco di animali finiscono per ingerire pezzi di plastica così come un sacco di animali finiscono intrappolati nella plastica degli oceani. 

Secondo l’ONU, i rifiuti di plastica uccidono ogni anno fino a un milione di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini, un numero inquantificabile di tartarughe marine e di pesci.

Nel Pacifico ci sono isole di plastica di dimensioni spaventose (il cosiddetto Pacific Trash Vortex). 

Dovunque ci capiti di andare, in montagna o al mare, in ambienti di ogni genere, troviamo plastica ovunque (bicchieri, bottiglie e oggetti di ogni genere abbandonati).

Ma se da un lato le macroplastiche potrebbero essere più facilmente gestibili in un mondo civile, in cui la loro dispersione nell’ambiente è controllata, un discorso diverso vale per le cosiddette microplastiche.

Microplastiche e salute

La rivista Science of The Total Environment, lo scorso 20 July 2022, ha pubblicato questo articolo.

Lo studio è stato effettuato da un team di ricercatori Università di Hull, nel Regno Unito, in collaborazione con altri ricercatori e medici del Dipartimento di Chirurgia Cardiotoracica dell’ospedale di Cottingham

Lo studio ha analizzato campioni di tessuto polmonare umano ed è stato in grado di rilevare 39 unità di microplastiche in 11 dei 13 campioni esaminati; corrispondenti quindi all’85%. Le plastiche rilevate avevano una dimensione superiore ai 3 micron, in relazione alla sensibilità del metodo utilizzato, quindi non si può escludere che fossero presenti in microplastiche di dimensioni inferiori. 

Le microplastiche rilevate sono risultate appartenere a 12 tipi di polimeri tra cui polipropilene o PP (23%), polietilene tetraftalato o PET (18%) e resine (15%) sono i più abbondanti.

Le microplastiche sono state rilevate in tutte le regioni del polmone alta media e bassa.

Questo può essere preoccupante perché chiaramente più sono penetranti più sono pericolose: potenzialmente arrivano cioè alle regioni di scambio gassoso, costituite dagli alveoli polmonari, dove peraltro le particelle possono depositarsi e proprio in relazione alla resistenza dei materiali plastici che sono realizzati per questo, rimanere per lungo tempo e chiaramente provocare effetti che ad oggi sono noti solo in parte. 

Ma non finisce qui.

In questo studio pubblicato dall’università di Amsterdam si è dimostrata la presenza di microplastiche nel sangue umano. Tre quarti dei soggetti esaminati avevano plastica nel sangue. 

Ebbene si. Sembra incredibile ma la ricerca è stata la prima a dimostrare che le particelle di plastica possono finire nel flusso sanguigno umano. La ricerca attuale mostra che le persone assorbono le microplastiche dal loro ambiente nella loro vita quotidiana e che le quantità sono misurabili nel loro sangue.

Questo studio pubblicato da Environmental Health Perspectives, ha raccolto e riesaminato 50 ricerche sulla contaminazione da microplastiche nei pesci, nei molluschi (quindi ad esempio nelle cozze, piuttosto che nei calamari) e negli echinodermi (come sono i ricci di mare) e ne ha confermato la presenza nella maggior parte dei casi, rappresentando questo un rischio concreto di ingestione di plastica da parte dell’uomo.

Come rinunciare ad un bel fritto misto.

Certo risulterebbe meno interessante se dovessimo pensarlo condito con una bella spolverata di plastica.

Le microplastiche sono presenti anche nelle Tutti destinate al consumo umano come evidenzia questo studio. Tutti i campioni esaminati hanno confermato la contaminazione da microplastiche dell’acqua potabile. I polimeri più comuni identificati nei campioni erano il polietilene tereftalato (PET) e il polipropilene (PP).

Secondo ISS le microplastiche sono state riscontrate anche in altri alimenti:

  • nel sale;
  • nella birra;
  • nel miele;
  • nell’acqua in bottiglia;
  • nell’acqua del rubinetto.

Siamo circondati.

Ma fino a dove arrivano le microplastiche?

Le microplastiche arrivano ovunque e lo dimostra questo studio, pubblicato su Nature Geoscience. Lo studio ha addirittura documentato la deposizione di microplastiche per via atmosferica in un bacino di montagna remoto e incontaminato nei Pirenei francesi. In alta montagna.

E attenzione: stiamo parlando solo di microplastiche poiché le nanoplastiche ad oggi risultano ancora difficili da studiare per le loro dimensioni ma potenzialmente hanno una capacità di diffusione e ancora maggiore.

Questo studio pubblicato su Environmental Science & Technology, ha dimostrato come negli ambienti chiusi la concentrazione di microplastiche fosse superiore di 28 volte a quella dell’ambiente esterno, con concentrazioni maggiori nelle zone industriali, seguite da località urbane e interne in aree ad alta densità.

Tutto questo significa che potenzialmente siamo circondati da microplastiche.

Che le microplastiche hanno raggiunto una diffusione tale da impedirci qualunque possibilità di controllo. 

Quanta plastica “mangiamo”?

La plastica dall’ambiente arriva ai nostri polmoni, quindi nel sangue e nei diversi organi, incluso il tratto gastrointestinale. 

Come fa? Beh è molto semplice e lo abbiamo intuito: la chiave di volta sono le sue dimensioni. Più volte abbiamo sentito parlare di microplastiche: ebbene, le microplastiche sono anche “molto micro”, diffondono in forma di polvere ed entrano nel nostro corpo.

La plastica la respiriamo e la mangiamo.

Secondo uno studio [VEDI PDF] condotto dall’università australiana di Newcastle (a nord di Sydney) e commissionata dal WWF, che combina dati di oltre 50 precedenti ricerche, finiamo per ingerire mediamente circa 5 grammi di plastica a settimana corrispondenti all’incirca al peso di una carta di credito. 

Che cosa sono le microplastiche?

Le dimensioni

Un primo aspetto da considerare nella valutazione dell’ingestione di plastica da parte dell’uomo, che potrebbe apparire qualcosa di così improbabile, è proprio il concetto di microplastiche.  

Per microplastiche dobbiamo intendere non solo dei pezzettini piccoli di plastica come spesso le vediamo rappresentate sui media, bensì particelle che hanno dimensioni estremamente piccole e che sono sostanzialmente per noi non visibili. 

Parliamo di dimensioni dell’ordine del micron quindi del milionesimo di metro cioè del millesimo di millimetro. E già qui siamo all’ordine di grandezza della dimensione dei batteri.  Ma le microplastiche arrivano secondo alcuni studi addirittura al nanometro quindi al miliardesimo di metro ovvero al milionesimo di millimetro: si parla infatti di nanoplastiche.

Sono proprio queste che rappresentano il maggiore pericolo per noi.

Categorie di microplastiche

Le microplastiche sono divise in due categorie principali quelle primarie quindi che sono prodotte e utilizzate come tali cioè come piccole particelle, pensiamo ad esempio ai cosmetici come gli esfolianti, piuttosto che i dentifrici con le microparticelle, ecc.

Poi ci sono quelle secondarie che si producono cioè a seguito della degradazione di oggetti di più grandi dimensioni che vengono ad esempio abbandonati nell’ambiente o che sono soggetti ad usura, come gli pneumatici dei veicoli. 

Una parte importante delle microplastiche secondarie proviene certamente dai tessuti sintetici e dalla degradazione delle relative fibre. 

Ma non solo. Chiaramente tutti quegli oggetti che sono abbandonati nell’ambiente progressivamente si degradano e originano microplastiche così come tutti quegli oggetti più esposti all’azione degli agenti meteorici e costituiti da materiali plastici generano microplastiche.

Quali effetti sulla nostra salute?

Microplastiche: quali effetti?

Esistono forti timori in merito ai possibili effetti.

Gli effetti possono essere di due tipi: di tipo fisico cioè legati all’interazione meccanica di queste particelle nelle sedi in cui vanno ad accumularsi sia all’interno dell’apparato gastrointestinale sia all’interno dei polmoni fino agli alveoli polmonari.

E poi di tipo chimico, ad esempio in relazione alla presenza di sostanze quali ftalati e bisfenolo A, di cui è stato ampiamente dimostrato l’effetto in termini di interferenza sul sistema endocrino, che gestisce gli ormoni prodotti dal corpo umano per la regolazione di tutte le sue funzioni.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, le microplastiche si accumulano nel fegato, nei reni, nell’ intestino e hanno come effetti lo stress ossidativo (quindi un disequilibrio a livello chimico che può generare dei problemi a livello cellulare), problemi metabolici, processi infiammatori e danni al sistemi immunitario e neurologico.

Questo studio pubblicato su Springer Linke evidenzia tuttavia come vi sia ancora troppa scarsità di conoscenza sui possibili effetti delle microplastiche sulla salute e non solo rispetto ai polmoni, ma anche rispetto all’accumulo a livello gastrointestinale, quindi sostanzialmente attraverso il cibo e come abbiamo visto il cibo è sempre più pieno di plastica; nonché all’accumulo nel sangue, che peraltro ne consente la diffusione in tutti gli organi e tessuti.

Lo studio parla di “urgente bisogno di ricerca mirata nel campo delle interazioni tra microplastica e salute. In particolare, è importante capire quali meccanismi patologici innescati dalle MNPs possono portare a cancerogenesi e concomitanti effetti infiammatori e sul sistema immunitario”.

Tutti gli studi esaminati concordano nel dire che abbiamo urgentemente bisogno di saperne di più, soprattutto sugli effetti.

Quindi? Che fare?

Il punto è che non ne sappiamo abbastanza ma purtroppo nel frattempo continuiamo a respirare e ingerire plastica

È chiaro quindi come anche solo in relazione ad un principio di precauzione sia opportuno limitare al minimo possibile la produzione di microplastiche di tipo primario, quindi realizzate ad hoc, se non azzerarla 

e limitare al tempo stesso al massimo possibile la dispersione della plastica nell’ambiente dove può facilmente essere degradata e originare di conseguenza microplastiche di tipo secondario.

Al tempo stesso Però c’è un fermento molto importante che deve essere sicuramente stimolato e incentivato in termini di sviluppo e produzione di materiali alternativi.

Solo qualche anno fa sembrava impensabile riuscire a realizzare dei sacchetti in materiale plastico biodegradabile che fossero efficienti nella loro funzione. 

Oggi fortunatamente almeno in Europa i sacchetti di plastica sono stati messi al bando e i materiali alternativi sono ampiamente diffusi, anche per i prodotti cosiddetti usa e getta quali piattini bicchieri di plastica e via dicendo.

Della plastica sarà oggettivamente difficile fare a meno in tempi brevi, ma possiamo rivederne le modalità di utilizzo e di gestione, limitarne le applicazioni ad esempio ai settori industriali dove è più difficile una sua sostituzione, ma che al tempo stesso presentano meno rischi per l’ambiente e quindi per la nostra salute 

Sono molto interessanti alcuni materiali alternativi già sviluppati e che si stanno affacciando al mercato, realizzati a partire da sostanze di origine naturale, quali il micelio e le alghe. 

Un futuro diverso è possibile e dobbiamo crederci: abbiamo bisogno di materiali diversi, per tutelare l’ambiente in cui viviamo, ma prima ancora per la nostra salute.

Proprio a questi intendo dedicare un approfondimento particolare mediante un articolo e un video dedicato sul nostro canale Youtube (https://www.youtube.com/@vivi.sostenibile).

Come possiamo limitare noi le microplastiche?

Nel frattempo che cosa possiamo fare per limitare la nostra esposizione alle microplastiche?

La prima cosa da fare è aprire gli occhi quando acquistiamo dei cosmetici ad esempio: dal primo gennaio 2020 le microplastiche sono vietate ma talvolta possono ancora essere presenti, per cui è bene verificare sempre sull’etichetta. PE, PET, PP, PMMA sono tutte sigle che rappresentano materiali plastici.

Discorso analogo per i dentifrici evitiamo i microgranuli.

Una fonte importante di microplastiche nella forma di microfibra sono i tessuti sintetici.

La soluzione da questo punto di vista consiste nel preferire capi di origine naturale – cotone, lana, lino, canapa, seta, ecc. e anche in questo caso è importante dare un’occhiata all’etichetta perché spesso si tratta di tessuti misti.

Durante il lavaggio i più virtuosi possono adottare impiego di sacche apposite in grado di trattenere le microplastiche. 

Altra soluzione può essere quella di utilizzare materiali il più possibile naturali anche per la cucina ad esempio, per imballare il cibo. Esistono ad esempio materiali a base di cera d’api, contenitori e oggetti vari in bambù al posto della plastica.

In generale preferire materiali naturali per gli oggetti di uso comune.

Chiaramente è opportuno prediligere le borracce riutilizzabili piuttosto delle bottiglie e bicchieri usa e getta.

Sono solo alcuni esempi e ovviamente non possiamo cambiare il mondo in termini di inquinamento da microplastiche, però possiamo partire da casa nostra, riducendo anche lo stesso sviluppo e produzione di microplastica negli ambienti domestici.

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