Negli ultimi anni da più parti arrivano informazioni sempre più allarmanti a proposito dei nostri ghiacciai Alpini e più in generale delle riserve di ghiaccio presenti sul pianeta.
- Ma che cosa c’è di vero?
- È puro allarmismo o sono informazioni credibili?
- Che cosa dicono i dati scientifici raccolti in particolare negli ultimi decenni?
- Che cosa dice la scienza in proposito?
- Quali le evidenze?
Ma se dovessero davvero scomparire quali potrebbero essere le conseguenze?

Osserva questa immagine.
Siamo in Val D’Aosta, sul Plateau Rosa, a 3500 m di quota.
Io, un lontano 26 luglio di circa 30 anni fa, qui ho sciato su una distesa di neve bianca candida e pulita.
Si osservi la differenza di volume di neve, la condizione del ghiaccio, il colore.
La sofferenza del ghiacciaio è lampante.
Ghiacciai alpini: non li vedremo più?
Le evidenze
Uno studio pubblicato nel 2014 e condotto dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, ha analizzato l’evoluzione dei ghiacciai nelle Alpi italiane nord-occidentali a partire da quella che viene denominata la “Piccola Era Glaciale” (dal 1850 circa) agli 2010 circa.
La “piccola era glaciale” è un periodo compreso tra il 1450 il 1850 nel quale si è registrato un sensibile abbassamento della temperatura media terrestre.
Questo trend è stato bruscamente interrotto e ha modificato radicalmente suo comportamento proprio nel ventesimo secolo quando ha preso il sopravvento improvvisamente una fase di riscaldamento sempre più importante.
Lo studio ha evidenziato come il ritiro dei ghiacciai sia stato sostanzialmente continuo dal 1850 ad oggi e addirittura molti ghiacciai sono ora estinti e non li conosceremo più e come a partire dagli anni ’80 del secolo scorso il tasso di riduzione abbia subito addirittura una accelerazione.
Una delle istituzioni più importanti nello studio dei ghiacciai non solo italiani o europei bensì addirittura a livello globale è il Word Glaciers Monitoring Service, istituito presso l’Università di Zurigo che sui ghiacciai in Svizzera ha iniziato la sua attività per poi estenderla a livello globale.
Nell’ultimo bollettino disponibile sul sito web relativo agli anni 2018-2019, compare un grafico che descrive l’andamento del bilancio di massa dei ghiacciai di 19 regioni nel mondo.
Ebbene, oltre al trend in costante e sempre più intensa diminuzione, si osserva nell’ultimo periodo una decisa accelerazione in particolare a partire dall’anno 2000 fino ad oggi.

Criosfera e ghiacciai
La criosfera è la porzione di superficie terrestre coperta o anche parzialmente intrisa di acqua allo stato solido e comprende non soltanto i ghiacciai ma anche le calotte polari e il suolo più o meno costantemente ghiacciato denominato permafrost.
La criosfera ha un ruolo estremamente importante sul clima globale, grazie alla sua elevata incidenza sulla riflessione della radiazione solare, ma anche sull’umidità, quindi sulla formazione di nubi, sulle precipitazioni e non ultimo sulla circolazione atmosferica, quindi sulle correnti.
Inevitabilmente gioca e quindi anche un ruolo estremamente importante rispetto al cambiamento climatico.
Ghiacciai e cambiamento climatico
L’entità della fusione dei ghiacciai alpini in corso da alcuni decenni non ha eguali negli ultimi 10.000 anni.
Il clima è sempre cambiato? Certo, il clima è sempre cambiato, lo sappiamo.
Ma come ho evidenziato in un video dedicato che ti invito a rivedere non è mai cambiato come negli ultimi anni.
E grazie al lavoro di moltissimi scienziati nonché all’attività di studio dell’ente più autorevole in materia (IPCC), non ci sono più dubbi sull’origine antropogenica dei trend in atto (ossia sul fatto che la causa siano le attività umane).
Allo stesso modo non ci sono più dubbi sulla correlazione tra cambiamento climatico e scioglimento dei ghiacci, alpini e artici
La spiegazione
Gli ambienti montani di alta quota (al di sopra dei 2500 m) hanno dimostrato di reagire in modo particolarmente rapido ai cambiamenti climatici, con segnali evidenti. I cambiamenti visibili anche nelle pianure, sulle montagne sono amplificati in montagna. Diminuiscono sempre più gli apporti nevosi e lo scioglimento è sempre più precoce (inizia prima).
Ho già avuto modo di approfondire, con video precedenti, quali siano le evidenze scientifiche attuali in termini di cambiamento climatico.
Si chiama albedo (dal latino albus, bianco) la porzione di luce solare riflessa rispetto a quella incidente su una determinata superficie. Maggiore la componente riflessa, minore quella assorbita.
Per vari motivi i ghiacciai in fase di scioglimento “virano” verso colori scuri (polvere, frammenti di roccia, aumento delle pozze di acqua o delle superfici bagnate, ecc. che emergono). Più il ghiacciaio diventa scuro, minore l’albedo e maggiore la componente assorbita, più quindi accelera lo scioglimento. Nuovamente, come in molti casi nei fenomeni legati al cambiamento climatico, si verifica una accelerazione del fenomeno di scioglimento.
Alcune evidenze raccolte sulle nostre Alpi
Abbiamo già visto che cosa sta accadendo sul Plateau Rosa.
Negli ultimi anni ho avuto modo di toccare con mano anche la situazione di altri ghiacciai Alpini in situazioni diverse: tra queste il ghiacciaio Pasterze sul Grossglockner in Austria, il ghiacciaio della Vallelunga a nord della Val Venosta, e i ghiacciai della Val Martello.
100 anni sono un discreto tempo di vita per un uomo.
Beh sono invece un tempo brevissimo in termini geologici, sono un istante. Nel caso del ghiacciaio della Vallelunga è impressionante quanti chilometri e chilometri il ghiacciaio abbia percorso arretrando in soli 100 anni circa.
La lingua glaciale del ghiacciaio Pasterze sul Grossglockner in 100 anni è calata di quota di circa 150 metri circa.
In particolare su uno dei ghiacciai della Val Martello quello che colpisce immediatamente sono le morene laterali della lingua glaciale (i depositi di materiale) visibilmente giovani, visibilmente abbandonate da poco tempo, ancora integre, prive di qualunque forma di vegetazione, senza modifiche sostanziali da parte degli agenti meteorici o del vento: sono ancora lì a testimoniare da quanto poco tempo la lingua glaciale le abbia abbandonate.
Quello che resta dei ghiacciai è coperto di frammenti, coperto di polvere e di colore scuro e come abbiamo visto questo ne accelera enormemente lo scioglimento.
Il ghiacciaio della Marmolada
Come evidenziato dal Comitato Glaciologico Italiano, il ghiacciaio della Marmolada “è il più grande ghiacciaio delle Dolomiti ed è un fondamentale termometro dei cambiamenti climatici per la sua rapida risposta anche alle piccole variazioni di precipitazioni e temperatura.”
Nel corso dell’ultimo secolo il ghiacciaio si è ridotto di più del 70% in superficie e di oltre il 90% in volume e, ad oggi, esso è grande circa un decimo rispetto a cento anni fa.
Un decimo.
Il ritiro ha mostrato una progressiva accelerazione.
La velocità di ritiro media è stata di:
- 0,5 m/a 1902-1906
- 5 m/a 1925-1938
- 8,4 m/a 1951-1966
- 10,3 m/a 1971-2015
Il crollo del 3 luglio 2022 ha interessato un lembo residuale del ghiacciaio centrale che occupa una piccola nicchia a ridosso della cresta sommitale sotto Punta Rocca formando un “ghiacciaio sospeso”.
Se saranno confermati gli attuali andamenti [i modelli sono costantemente aggiornati] anche nei prossimi anni, è molto probabile che il ghiacciaio della Marmolada scompaia prima del 2040.”
Il ghiacciaio del Careser
Situazione analoga è quella del ghiacciaio del Careser, situato in Val di Pejo uno dei più studiati in Italia. Secondo Luca Carturan, Ricercatore dell’università di Padova e membro del Comitato Glaciologico Italiano, intervistato da Il Sole 24 ore, “in 86 anni ha perso l’86% della sua estensione.
La velocità con cui sta avvenendo è aumentata negli ultimi decenni. Tra il 1933 e il 1959 il ghiacciaio perdeva in media lo 0.5% della superficie all’’anno. Dopo un periodo stazionario, dal 1980 ha iniziato a cedere il 2% all’anno, mentre nel periodo successivo al 2012 il tasso di perdita ha raggiunto l’8% annuo”.
Secondo alcune stime è destinato a scomparire intorno al 2060.
Il ghiacciaio dei Forni
Il ghiacciaio dei Forni non è molto distante dal Careser, Fa sempre parte del gruppo Ortles Cevedale anche se è in regione Lombardia, in alta Valtellina. Ebbene nell’ultimo anno è arretrato di ben 40 m che diventano 400 m negli ultimi 10 anni.
Il ghiacciaio del Mandrone
Anche il ghiacciaio del Mandrone, che fa parte del più ampio ghiacciaio dell’Adamello, interessato da un crollo importante nel 2020, è soggetto sempre più frequentemente a fatturazioni superficiali, formazione di cavità e ad una riduzione ma sempre più veloce della massa e addirittura ad una perdita di superficie estremamente importante, stimata in centinaia di metri nell’arco di pochi anni.
Il ghiacciaio Pasterze sul Großglockner (Austria)
Sulla base di informazioni raccolte dal Club Alpino Austriaco nel 2021, il ghiacciaio più grande dell’Austria, il Pasterze sul Großglockner, ha perso 52,5 metri di lunghezza in circa un anno. Rispetto all’anno precedente, l’intera lingua del ghiacciaio del Pasterze è affondata in media di 6,1 metri, un po ‘più che nel periodo di misurazione 2018/2019.
Il ghiacciaio dell’Aletsch – Il più esteso delle Alpi
Acciaio dell’Aletsch, situato nei Cantoni Berna e Vallese in Svizzera, è il ghiacciaio più esteso delle Alpi e il più lungo d’Europa.
Sebbene abbia le spalle larghe non si sta affatto godendo questa fase di cambiamento climatico: Pare che se dovesse continuare il trend di riduzione attuale quindi senza peggioramenti che peraltro purtroppo sono probabili, a fine secolo si troverebbe ad avere un volume ridotto al solo 10% di quello attuale. Se si considera che la sua estensione attuale è di 120 km quadrati, si può comprendere quale sia l’entità della variazione in gioco.
Il ghiacciaio Fellaria
L’ultimo esempio che ti voglio portare è quello del ghiacciaio Fellaria sul versante italiano del massiccio del Bernina. Lo faccio attraverso un bellissimo timelapse realizzato dal servizio glaciologico Lombardo. Non aggiungo altre parole perché credo renda abbastanza l’idea di quello che sta accadendo ai nostri ghiacciai.
Quali le conseguenze della scomparsa di un ghiacciaio?
Quali conseguenze dirette o indirette?
Quali le conseguenze sui sistemi ecologici correlati?
Quasi sempre, leggendo notizie riguardanti lo scioglimento dei ghiacci siano essi di montagna o appartenenti alle calotte glaciali, sembra che l’unica conseguenza possa sostanzialmente essere riconducibile all’innalzamento del livello dei mari. Come se l’unica conseguenza potesse essere quella più banale immediata fisica e percepibile: si scioglie l’acqua il livello del mare si alza.
Ma siamo sicuri che sia così? Siamo cioè sicuri che la relativamente improvvisa scomparsa di masse di ghiaccio che costituiscono anche immensi serbatoi di acqua che chiaramente hanno un’enorme incidenza sul clima delle aree che li ospitano, che chiaramente hanno un’enorme incidenza sui sistemi ecologici che stanno a valle considerato il fatto che rilasciano continuamente acqua, siamo sicuri è l’unica conseguenza possibile, l’unica conseguenza rilevante sia l’innalzamento del livello dei mari?
Chiunque di noi sia stato in montagna sulle Alpi ai piedi di un ghiacciaio si rende immediatamente conto di come spesso la gran parte dell’acqua che alimenta i corsi d’acqua che scorrono nelle valli immediatamente a ridosso di ghiacciai stessi sia proprio acqua di scioglimento dei ghiacci. Lo si comprende molto bene risalendo sempre di più fino all’origine e potendo apprezzare soprattutto in questo periodo come i volumi di acqua che viene da lì siano estremamente elevati.
Ma che cosa succederebbe se improvvisamente quei corsi d’acqua si riducessero a dei rigagnoli insignificanti o addirittura scomparissero? Niente più acqua nei corsi d’acqua niente più acqua nei laghetti che da essi sono alimentati, niente più acqua nei laghi artificiali Quindi nemmeno più acqua per produrre quella pur poca percentuale di energia idroelettrica eccetera eccetera.
Ma tutti questi “oggetti” quindi i laghi, i torrenti, i ruscelli sono dei sistemi ecologici cioè sono sistemi vivi. Sono sistemi costituiti da una fitta rete di relazioni vitali, come una grande simbiosi tra organismi viventi ed elementi che fanno parte della geosfera, di cui l’acqua è uno.
E’ quindi evidente, è facile da capire come la diretta conseguenza della scomparsa di un ghiacciaio sarebbe anche con ogni probabilità la genesi di pesanti disequilibri che potrebbero compromettere pesantemente quegli ecosistemi e tutto quanto ruoti intorno ad essi.
Basta pensare alla storia del lago d’Aral, uno dei principali disastri ecologici che la storia ricordi. Era il quarto lago più grande al mondo e la scomparsa di acqua (deviata dall’allora regime sovietico per irrigare), unitamente all’uso scellerato di pesticidi ha prodotto una totale deflagrazione di tutti i sistemi ecologici correlati e conseguenze pesantissime anche a livello sociale e sanitario. È’ rimasta solo sabbia inquinata.
Non è certo una novità che tutti gli organismi viventi abbiano sempre e costantemente bisogno di acqua, da quelli che nell’acqua ci vivono a quelli che nell’acqua si nutrono, a quelli che comunque l’acqua la devono bere per sopravvivere.
Ma l’improvvisa carenza di acqua inevitabilmente può avere conseguenze anche a livello microclimatico in quegli ambienti ed innescare altre reazioni a catena che come circoli viziosi fanno a peggiorare ulteriormente le cose.
In tutta questa grande partita del cambiamento climatico rischiamo di non avere valutato adeguatamente l’entità delle reazioni a catena che come in una reazione nucleare si susseguono una dopo l’altra creando le condizioni per accelerare sempre di più la progressione negativa.
Un ghiacciaio è un enorme massa di ghiaccio collocata in cima ai monti: non è difficile capire come possa influenzare sensibilmente il microclima di alta montagna.
Ma non solo quello di alta montagna: sono noti ad esempio infatti i cosiddetti regimi di brezza di monte e di valle, venti che risalgono dalla valle verso il monte o che scendono viceversa dalle parti più alte dei monti fino a valle. Le correnti fredde che scendono dai monti possono essere strettamente legate alle masse di ghiaccio. È quindi pensabile che la scomparsa di un oggetto di questo tipo possa non avere conseguenze sulla montagna in termini meteoclimatici?
Ma queste variazioni, che evidentemente ci saranno a livello meteo-climatico, quali conseguenze avranno a loro volta sui sistemi ecologici cioè su quei grandi insiemi costituiti dalle componenti cosiddette abiotiche (le masse rocciose, i suoli, l’ambiente fisico in genere) e sulle componenti biotiche, costituite da organismi vegetali, organismi animali?
Sono tutte componenti che sono strettamente correlate tra di loro e spesso condizioni di equilibri estremamente delicati.
Una parte enorme dell’acqua che attraversa le montagne viene dai ghiacciai.
Un ghiacciaio è come fosse un grande cuore, che attraverso i corsi d’acqua, come fossero delle arterie, alimenta tutti questi sistemi ecologici; ebbene, ora è come se andasse incontro ad un grande infarto per cui il cuore si ferma. Possiamo immaginare che questo non produca alcun effetto?
Oggi stiamo parlando solo ed esclusivamente dell’effetto di scioglimento ma non stiamo pensando alle conseguenze su dei sistemi ecologici che sono vivi che sono gli ambienti di montagna.
Già oggi, solo per fare un esempio, sono estremamente visibili i danni prodotti dal bostrico che è una larva che si è diffusa enormemente a causa della tempesta Vaia. Se ti è capitato di frequentare recentemente le valli di Fiemme, Fassa o in particolare la zona di Paneveggio in Trentino, avrai osservato delle enormi radure prodotte dalla tempesta che ha raso al suolo distese enormi di abeti.
Ebbene insieme a queste radure si stanno sviluppando sempre di più delle zone di bosco marroncine, costituite da abeti che si seccano a causa di questa larva. Ancora, nuovamente effetti di accelerazione per cui un evento negativo ne produce altri, che a loro volta giocano a sfavore dell’ambiente di montagna.
Che cosa fare?
38 istituzioni di ricerca da tutto il mondo riunite nel World Glacier Monitoring Service hanno inviato al Segretario esecutivo della COP25 Patricia Espinosa (Convetion sul Cambiamento climatico – quindi già da tempo – la prossima sarà la COP27 in Egitto) una lettera (pubblicata su Nature il 2 dicembre 2019) in cui viene ribadita con forza la necessità di rafforzare la cooperazione nel monitoraggio dei ghiacciai.
Ma soprattutto serve agire contro il cambiamento climatico.
Come ho già avuto modo di spiegare un nuovo video dedicato, che ti invito a rivedere, non c’è più tempo.
Non c’è più tempo.
Serve agire e serve farlo subito.
I ghiacciai di montagna stanno prendendo aiuto da troppo tempo e noi continuiamo ad essere sordi.
O meglio: continuiamo ad essere STUPIDAMENTE sordi.
Perché le conseguenze le pagheremo anche noi.
Nucleare: facciamo un po’ di conti
Ciao e benvenuto in questa seconda puntata dedicata all’energia nucleare.
Se ti sei perso l’articolo o il video precedente ti invito a dare un’occhiata a questo link: ho affrontato in particolare alcuni concetti chiave legati alla produzione di energia nucleare.
In questa puntata andremo a cercare di rispondere ad alcune domande:
- il nucleare è proprio necessario in Italia?
- quante centrali dovremmo costruire?
- quali i tempi e i costi?
- infine (ma non ultimo): il nucleare è da considerarsi sostenibile?
Nucleare: possiamo farne a meno?
Allo stato attuale è oggettivamente difficile pensare di soddisfare la domanda interna di energia elettrica solo con fonti rinnovabili. Ma secondo alcuni non deve necessariamente essere così anche per il futuro.
Certo per il futuro tutto è possibile ma c’è molto da fare, soprattutto in termini di capacità di stoccaggio, oltre che di incremento di potenza installata.

Lo si vede dal grafico:
Questo è un grafico disponibile sul sito di Terna che come sappiamo la società che gestisce la distribuzione di energia elettrica in Italia e mostra il carico totale di energia elettrica negli ultimi a 365 giorni Come si vede varia da un minimo di circa 25 GW Ad un massimo di 50 con picchi verso i 60 GW.
Attenzione!
I watt quindi i kW, MW, GW esprimono la potenza richiesta o erogata,un po’ come i cavalli dell’auto, o la portata di un rubinetto.
Mentre iwattora, quindi i kWh o MWh o i GWh esprimono una quantità di energia erogata o consumata nell’ambito di un intervallo di tempo, Un po’ come la quantità d’acqua erogata dal rubinetto in un determinato intervallo di tempo .
Il nucleare (mi sembra evidente) ha una capacità produttiva in termini energetici ENORME. Tutti noi consumiamo energia e ad oggi il nostro paese deve importare per soddisfare il proprio fabbisogno.
Vi sembra logico? A me no. Vi sembra responsabile? Tanto meno.
Quanto nucleare ci servirebbe?
Vedo proposte politiche di quote comprese tra 40 e 60 GW di potenza energetica prodotta dal nucleare: ha senso?
Sulla base delle informazioni raccolte, credo di no.
Come abbiamo visto dai grafici di terna, abbiamo una richiesta di potenza oggi variabile tra i 25 e i 55 GW, e anche in ottica di incremento del carico di base nei prossimi decenni è pur sempre necessario spingere al massimo le energie rinnovabili e fare in modo che ne coprano una fetta sempre più significativa;
nell’eventualità nucleare, allo scopo di garantire un “base load” (richiesta di base) e dare continuità alla potenza disponibile, fatte anche le considerazioni precedenti sulle energie rinnovabili, un carico ragionevole sembrerebbe aggirarsi sui 25 – 30 GW.
Una quota di questo genere andrebbe sostanzialmente a sostituire in modo integrale la copertura di energia prodotta oggi utilizzando gas metano (che rappresenta il 50% del totale).
Quante centrali quindi ci servirebbero?
Sulla base dei dati forniti da MTE e Terna e disponibili ai link che riporto qui sotto, il fabbisogno 2021 di energia elettrica corrisponde a circa 320 TWh (“terawattora”) = 320.000 GWh (Gigawattora = miliardi di watt/ora), che su 365 giorni e 24 h/giorno corrispondono ad una potenza media di circa 36,5 GW.
Chiaramente il consumo varia nel tempo, ci sono picchi e cadute, in linea di massima tra 20 e 55 GW.
I conti (della serva e ipotetici) sono però presto fatti: se volessimo coprire un ipotetico base load di circa 25-30 GW con centrali dotate di reattori di 3a generazione con circa 1,5 GW l’uno di potenza, ipotizzando 3 reattori per centrale, dovremmo realizzare almeno 5 – 7 centrali nucleari circa.
Quali i tempi e costi del nucleare?
In termini di tempi per la costruzione di una centrale nucleare c’è chi parla di 5 anni (Cina e Corea – Esempi poco rappresentativi se pensiamo all’Italia e ai differenti meccanismi democratici e autorizzativi), chi di 7 anni, chi di 10 o 15 (che tengono conto appunto di questo maledetto “fattore Italia”).
In termini di costi di costruzione si parla di quasi 3.900 $/kW installato [ENEA], corrispondenti, per una ipotetica centrale con 2 reattori da 1 GW a circa 7,8 miliardi di euro, che diventano 17,5 miliardi di $ circa per una centrale con 3 reattori da 1,5 GW. Chiaro che sono ordini di grandezza.
Uno dei vantaggi è che il combustibile (uranio) costa poco.
Ma il tema costi è complesso e comprende costi di costruzione, esercizio, manutenzione e decommissioning (dismissione).
Da non sottovalutare quest’ultimo: la dimissione delle centrali italiane che sono state in funzione è ancora in corso (termine forse previsto per il 2036, dagli anni ‘80) e ha costi altissimi.
Secondo alcuni studi effettuati da IEA (Agenzia Internazionale per l’Energia) l’elettricità prodotta per via nucleare a lungo termine è altamente competitiva e rimane l’opzione meno costosa per la generazione di energia a basse emissioni di carbonio.
Utile anche questa stima effettuata da IEA in cui sono inclusi i costi per il decommissioning.

Come si vede il costo medio di produzione di elettricità di un impianto nella sua durata di vita è decisamente superiore per il nucleare rispetto a tutte le forme di energia rinnovabile.
Sul fronte tempi e costi esistono però attualmente problemi oggettivi, messi in luce da IEA nel rapporto di giugno 2022 di cui al link sotto riportato.
“The nuclear industry must quickly address the issues of cost overruns and project delays that have bedevilled the construction of new plants in advanced economies.”
[l’industria nucleare deve affrontare rapidamente i problemi di superamento dei costi e i ritardi nei progetti che hanno ostacolato la costruzione di nuovi impianti nelle economie avanzate] si legge in un comunicato stampa IEA di giugno 2022.
Al di là dei tempi e dei costi teorici, non si può infatti fare a meno di dimenticare dati storici e certi degli ultimi anni:
In Finlandia costi triplicati e tempi di realizzazione di 13 anni, in Francia costi quadruplicati, con tempi di consegna previsti per il 2023 di una centrale iniziata nel 2007 (16 anni).
Che cosa dovrebbe farci pensare che in Italia le cose possano funzionare diversamente?
Sicuramente sono aspetti cruciali. Anche in relazione al tempo che NON abbiamo, per ragioni legate agli obiettivi di emissioni zero.
Certo un tema da prendere inevitabilmente in considerazione è anche quello dell’accettabilità sociale, in Italia sempre tendenzialmente bassa.
Non che debba essere un ostacolo insormontabile, ma certamente sarebbe da pianificare un lavoro di informazione adeguato, che permetta di trasferire conoscenze ed elementi utili.
Nucleare e sostenibilità
Il concetto di sostenibilità e complesso.
Ma è chiaramente legato all’idea di soddisfare esigenze e necessità di oggi senza compromettere la medesima possibilità per le generazioni future e senza compromettere la qualità dei sistemi ambientali e delle risorse che abbiamo a disposizione.
Per questo accumulare rifiuti in una discarica è sostanzialmente insostenibile mentre diversificare la raccolta, riutilizzare e riciclare è chiaramente sostenibile.
Utilizzare risorse mantenendone la qualità offrendo loro la possibilità di rigenerarsi è sostenibile consumare e comprometterne la qualità inquinando è chiaramente insostenibile.
Uranio: risorsa infinita?
No l’Uranio è chiaramente una risorsa finita: è un elemento naturale e non è infinito.
Come non è infinito il petrolio, il gas, qualunque risorsa naturale.
Le rinnovabili si chiamano così perché non sono esauribili.
Uso di acqua
Una centrale nucleare ha bisogno di enormi quantità d’acqua.
E naturalmente di una certezza di disponibilità.
E’ evidente che un corso d’acqua non può più essere considerato una garanzia adeguata.
Ma in termini di sostenibilità?
La centrale usa acqua, e molta, anzi, moltissima.
Attenzione: non necessariamente la “consuma”. Certamente la utilizza per i suoi processi, ma in gran parte la restituisce.
L’acqua è presente all’interno della centrale soprattutto in due circuiti separati: quello primario, un circuito chiuso di raffreddamento del core o “nocciolo” (acqua di moderazione, come le barre) e quello secondario, separato, in cui l’acqua viene scaldata (dal primo circuito) trasformata in vapore e va ad alimentare una turbina.
Poi però vi è un terzo circuito: l’acqua è prelevata dalla sorgente (mare o corso d’acqua) proprio per raffreddare il vapore e produrre la condensazione. Questo avviene all’interno di enormi torri di condensazione, tipicamente visibili in prossimità di una centrale.

L’acqua quindi non è integralmente “consumata”: per la gran parte viene restituita all’ambiente. Certo è importante il controllo della qualità dell’acqua restituita e della temperatura, al fine di non andare a danneggiare l’ambiente circostante.
I rifiuti: le scorie
In una onesta valutazione di sostenibilità non si può non prendere in considerazione la questione legata alle scorie: di questo ho già parlato nel primo video che se non l’hai già fatto ti invito a vedere.
Come abbiamo visto lo stoccaggio delle scorie cioè dei rifiuti ad alta attività richiede condizioni estremamente particolari.
Una domanda che ho già proposto nel primo video e che a mio parere è giusto porsi è la seguente: questo tipo di destinazione (migliaia di anni in un deposito sotterraneo = “leggasi discarica”) è da ritenersi “sostenibile”?
Nucleare vs rinnovabili
Certamente è necessario lavorare in diverse direzioni: il titolo è provocatorio e nucleare e rinnovabili non possono essere in conflitto, ma devono eventualmente andare a braccetto.
Certo, se ci fossero le condizioni per produrre solo da rinnovabili del nucleare tutti faremmo volentieri a meno.
Qualcosa si può fare e se può essere sufficiente non posso essere io a dirlo in questo video, anche perchè non stiamo parlando di quello che accade oggi, ma di quello che potrebbe accadere nei prossimi anni e nei prossimi decenni.
Come ho però già avuto modo di spiegare con un video dedicato, il tempo per ridurre le emissioni di carbonio è molto poco.
Serve ampliare la rete di produzione in modo da rendere le fluttuazioni compensabili tra un luogo geografico e l’altro e tra di loro (quando non c’è sole può esserci vento e viceversa).
Serve lavorare sulle comunità energetiche, riducendo la distanza tra produzione e utilizzo e diminuendo il carico sulla rete globale.
Di fatto il modo di produrre e consumare energia sta cambiando: una volta erano solo poche centrali, oggi sono tanti piccoli produttori distribuiti sul territorio, vicini ai consumatori, che vanno a formare una rete sempre più dotata anche di possibilità di accumulo.
Nel 2022 è corretto pensare alla produzione di energia a livello “locale”? Nazionale? Per sfruttare al meglio le rinnovabili forse si dovrebbe andare oltre. L’Italia ha un potenziale enorme in termini di fotovoltaico, picchi di energia che probabilmente potrebbe anche esportare un giorno.
Certo sono picchi: altri ci possono consegnare energia dal vento, quando manca quella dal sole.
Non significa che sia sufficiente, ma sono trend che devono essere attentamente esaminati in prospettiva e in funzione di una adeguata pianificazione energetica.
Produzione di energia dal nucleare: potrebbe essere una idea ormai superata?
E’ opportuno buttarsi a capofitto in una tecnologia che secondo alcune fonti è complessa, con costi e tempi di realizzazione estremamente importanti e variabili, qualora, anche se certamente oggi a livello globale rimane la principale fonte di produzione, fosse nei fatti già in prospettiva di “tramonto”? (sul medio – lungo periodo – IPOTESI volutamente provocatoria)
Ci sono fonti rinnovabili che hanno andamenti di produzione che si compensano: quando non c’è sole può esserci vento e viceversa, quando non c’è in un’area geografica, può esserci in un’altra. come si vede da questi grafici, fotovoltaico ed eolico sono in controtendenza.

Il grafico evidenzia molto bene un altro aspetto: produciamo da FV soprattutto al nord, quando sappiamo bene che al sud c’è una capacità produttiva decisamente superiore.
Possibilità di potenziamento anche significativo oggettivamente ce ne sono.
Tutto questo può essere sufficiente? Ripeto: la valutazione è complessa e non spetta a me. Ma non può essere filosofica o pregiudiziale, deve essere scientifica.
Il nucleare a fusione: non sarebbe meglio?
Nell’ambito della discussione sulla sostenibilità del nucleare una domanda che oggi ha senso opporsi è ma il nucleare a fissione non sarebbe più opportuno?
E’ chiaro che oggi non è ancora disponibile ma non sarebbe più opportuno ormai, considerati anche i tempi di realizzazione di nuove centrali, investire piuttosto in modo più spinto nella ricerca sulla fusione nucleare, che sembra peraltro essere a buon punto e puntare su quel tipo di energia decisamente sostenibile e decisamente pulita?
A so che ènche questo è un quesito che qualunque decision maker che abbia un ruolo significativo in materia deve porsi.
Nucleare: quale contributo al clima?
Negli ormai numerosi dibattiti e approfondimenti online si parla del il nucleare come “sostituto” del gas nella relativa quota di energia prodotta,
Si fa cioè passare implicitamente l’idea (anche senza dirlo, infatti nessuno lo dice esplicitamente!) che con il nucleare il consumo di gas arriverebbe sostanzialmente ad azzerarsi e in Italia questo basterebbe a risolvere i problemi legati al gas, quindi alla CO2 prodotta dalla combustione, quindi alla necessità di decarbonizzazione, quindi agli obiettivi richiesti da IPCC).
Attenzione a non cadere in questa (eventuale) errata deduzione!
Non c’è nulla di più falso.
A dimostrarlo sono i dati del Ministero della Transizione Ecologica (rintracciabili a questo link).

La quota di gas importato che viene destinata alla produzione di energia corrisponde al 35%.
E’ più o meno solo un terzo!
A prescindere da nucleare si o no, certamente prima di sventolare la bandiera del nucleare a favor di sostenibilità è necessario fare le dovute considerazioni e le dovute proporzioni.
Il nucleare può intervenire al massimo sul 35% del gas consumato in Italia. Non di più.
Gli obiettivi di sostenibilità non sono affatto perseguibili solo pensando di “sostituire” la produzione energetica da gas con quella nucleare. Serve molto altro! Serve intervenire sul consumo di gas di rete: di cittadini e imprese.
E questo ha una incidenza enormemente rilevante anche in termini di indipendenza dal gas Russo. Anche nell’ipotesi di coprire al 100% la produzione di energia con il nucleare (ipotesi priva di senso, solo per fare un ragionamento), rimarrebbe un 65% di gas (NON ESATTAMENTE UNA QUISQUILIA!) da gestire!!!
Risulta chiaro come il lavoro più importante per arrivare a net zero non sia sul fronte del nucleare.
Quali conclusioni?
Credo che prima di correre a sventolare il proprio parere a favore o contro il nucleare occorra STUDIARE. E molto. Raccogliere dati, informazioni, confrontarsi con gli esperti.
Non prendere posizioni pregiudiziali o preconcette in un senso o nell’altro. E mi riferisco soprattutto alla politica. Ci sono molti aspetti rilevanti in gioco, in particolare per le generazioni future.
Dalle notizie che si leggono sui giornali e delle affermazioni della politica sembrano esserci molte prese di posizione supportate però da ben poche informazioni. Si leggono spesso informazioni imprecise, generiche, addirittura spesso infondate o fuorvianti, su un argomento che merita invece di essere affrontato con senso di responsabilità.
Del nucleare credo non sia più il tempo di avere paura, non fosse altro perché in tutti i modi il mondo è pieno di centrali, ma soprattutto perché la tecnologia ha fatto passi avanti enormi. Non possiamo pensare ad una centrale nucleare come ad un treno a vapore.
Questo tuttavia non toglie che si debba anche e comunque utilizzare il grano salis per fare valutazioni adeguate, consapevoli che i tempi stanno cambiando, le modalità di produzione e utilizzo di energia elettrica stanno cambiando, che le strategie innovative sono tante.
D’altronde l’impatto e l’eredità pesantissima che ci ha lasciato Chernobyl ci insegnano che la materia è estremamente delicata e richiede premesse a livello di sicurezza imprescindibili proprio perché (e anche questo è da tenere presente) le conseguenze in caso di criticità possono essere pesantissime.
I ragionamenti da fare sono quindi COMPLESSI.
Ben più articolati di quanto emerga dai comizi elettorali.
In tutti i modi una valutazione approfondita ed adeguata è opportuna e non può essere di tipo “pregiudiziale” o basata sul “tifo” per il si o per il no. Non sono questioni filosofiche, vanno affrontate in modo scientifico.
Ma la valutazione deve essere effettuata con urgenza e deve condurre ad un piano energetico a 360°, responsabile e concreto per i prossimi decenni, che sia anche adeguato, sicuro e sostenibile.
Spero di avere dato un piccolo e umile ma utile contributo, quantomeno a comprendere il problema ed averne una visione più chiara e ti ringrazio per l’attenzione.
NB: se ti sei perso la prima parte la trovi a questo link.
Il nucleare può essere considerato sostenibile?
Alle ore una, 23 minuti e 58 secondi del 26 aprile 1986 la potenza reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl in una manciata di secondi cresce fino a circa 100 volte il suo valore nominale. Con le esplosioni che ne conseguono gli effetti sono devastanti.
E’ la conseguenza di importanti carenze sotto il profilo tecnico e tecnologico ma anche e soprattutto di un test sciagurato effettuato in violazione di manuali e procedure operative.
Quello di Chernobyl è stato uno dei più gravi incidenti della storia per le conseguenze dirette e indirette su salute e ambiente per le aree interessate e il perdurare nel tempo degli effetti che sono riscontrabili ancora oggi.
Molte cose però da allora sono cambiate.
E l’energia nucleare rimane la fonte più rilevante nel mondo intero.
Ma è giusto oggi avere paura della produzione di energia nucleare?
E’ ragionevole pensare di investire in questa forma di energia?
Infine: la possiamo considerare una fonte sostenibile?
Scoprilo in questo video!
Ritorno al nucleare?
Ormai da mesi siamo tornati a parlare di una ipotesi di ritorno all’energia nucleare in Italia.
C’è chi si schiera contro, chi a favore.
Per formare un parere è però a mio giudizio necessario acquisire informazioni, approfondire, ascoltare i diversi pareri e formare il proprio.
In questo caso non è semplicissimo, ma siccome ho voluto farlo e mi ha portato via parecchio tempo, ho cercato di mettere a disposizione di tutti i risultati.
Questa è la prima di due parti dedicate al nucleare.
Sono una raccolta di informazioni. Lo scopo è raccontare pro e contro in ottica di sostenibilità. Ho raccolto informazioni da fonti autorevoli, pro o contro il nucleare e ho sempre cercato di verificarle.
Molti dei contenuti saranno “flash”: la materia è estremamente complessa.
Cercherò però di portare dei numeri, dei dati, il più possibile oggettivi e verificabili.
Non vuole essere “di parte”. Semplicemente raccogliere elementi utili per una valutazione, da parte di tutti, in modo semplice.
Mi metto avanti rispetto ad eventuali commenti, siccome so che il tema sul web negli ultimi mesi è molto “caldo”: chiedo solo garbo, rispetto ed educazione. Qualunque osservazione è benvenuta purché risponda a questi tre banalissimi requisiti.
Come funziona una centrale nucleare?
Per potersi fare un’idea è necessario prima di tutto capire (in linea di massima, considerata la complessità dell’argomento) come funziona una centrale nucleare.
Produzione di energia
Una centrale nucleare fondamentalmente “brucia” uranio (uranio 235 per la precisione), che quindi si chiama “combustibile”; ma la reazione non è una combustione “classica”, è una reazione di fissione, che andremo poi ad approfondire.
Fissione o fusione?
Oggi le centrali sono unicamente a fissione, la fusione (un meccanismo diverso di cui si sente sempre più parlare) è ancora sperimentale anche se pare ci siano alcuni primi prototipi in arrivo. Il problema è sempre il controllo e il confinamento dell’energia prodotta (non poca nel caso della fissione, enormemente grande nel caso della fusione), per cui ad oggi (salvo prototipi citati) le centrali in funzione sono unicamente a fissione. Il controllo dell’energia prodotta è uno degli aspetti cruciali, anche nelle normali centrali a fissione, aspetto delicato e che a seguito di numerosi errori e negligenze, ha portato ad esempio all’incidente di Chernobyl.
Il combustibile?
Il combustibile è Uranio. In natura l’uranio è una miscela di due isotopi, Uranio 238 e Uranio 235. Per la verità c’è anche l’Uranio 234 ma meno rilevante. Solo l’Uranio 235 è fissile (utilizzabile per la fissione) ma è presente in quantità molto bassa. Per questo si sono sviluppate tecnologie finalizzate all’”arricchimento” dell’uranio, finalizzate ad aumentare la quantità di Uranio 235.
I maggiori produttori di uranio sono Kazakistan, Canada e Australia che insieme dovrebbero contribuire qualcosa tipo il 65% della produzione globale.
Che cos’è la fissione nucleare?
Le centrali nucleari usano uranio in forma di barre.
Nel processo di fissione le barre di uranio usate come “combustibile” sono irradiate (“bombardate” da neutroni) e questo “bombardamento” determina la rottura (“fissione”, dal verbo fendere) del nucleo di uranio in frammenti più piccoli (altri isotopi quali kripton, bario, cesio); questo però avviene con emissione di altri neutroni che a loro volta fanno lo stesso con altri atomi di uranio 235, aumentando in modo esponenziale i nuclei coinvolti e producendo una “reazione a catena” che libera onde elettromagnetiche (radioattività) e una grande quantità di energia termica.
La reazione deve essere solo innescata (con una piccola sorgente di neutroni), poi è in grado di autosostenersi.
La massa critica
Esiste una soglia legata alle caratteristiche fisiche del materiale fissile (“combustibile”) che si definisce massa critica oltre la quale la reazione si autosostiene, producendo quindi un bilancio positivo di energia: ne ho messa un po’ ma ne ottengo molta di più. La massa critica è descritta sostanzialmente dal numero di neutroni presenti in una generazione e il numero di neutroni presenti nella generazione precedente.
È una situazione tuttavia delicata e che richiede un costante controllo, onde evitare che la reazione diventi così importante ed esotermica da non riuscire più a controllare l’energia prodotta. In queste condizioni il reattore si dice “supercritico” ed è la condizione che si ricerca nel caso degli ordigni atomici.
Come si controlla la reazione?
La reazione o meglio la fissione si controlla attraverso l’opportuno dimensionamento e posizionamento delle barre di combustibile, ma anche attraverso le barre di controllo o barre di moderazione, barre di altri materiali (non di uranio) che catturano parte dei neutroni prodotti, limitando l’effetto catena della reazione e infine attraverso l’uso di acqua che anch’essa agisce come moderatore.
L’inadeguata gestione e il mancato posizionamento delle barre di controllo negli istanti immediatamente precedenti è uno degli elementi chiave nell’incidente di Chernobyl, le cui cause sono comunque complesse e frutto di numerosi errori e inadempienze nonché delle caratteristiche tecniche di una centrale ritenuta obsoleta.
I reattori nucleari
Seconda, terza, quarta. Quale generazione potremmo installare?
Attualmente la terza generazione. La quarta è rappresentata unicamente da prototipi.
Attenzione! Il reattore non è da confondere con le torri evaporative di condensazione (molto più grandi).


er farla breve (non c’è tempo) le centrali di prima generazione erano costruite negli anni 40 e 50 ed erano sostanzialmente prototipi. Negli anni ‘60 arriva la seconda generazione, che è ancora la più diffusa tra quelli operativi oggi.
Gli incidenti di Three Miles Island e Chernobyl hanno tuttavia innescato lo sviluppo di nuove centrali, di terza generazione e poi di terza generazione “evoluta” quali gli EPR (ad acqua pressurizzata, che in pressione rimane liquida anche ad alte temperature), dotati di sistemi di sicurezza più efficienti ed evolut.
Proprio questi potrebbero essere i reattori papabili per l’installazione in Italia.
La quarta generazione è ancora in via di sviluppo e test (ci sono impianti funzionanti) e comprende diverse ipotesi di sviluppo e famiglie di possibili nuovi reattori.
Come si produce energia elettrica?
Come si produce energia elettrica? Tramite una turbina a vapore. Il vapore è prodotto dal surriscaldamento di acqua che si realizza grazie all’energia sviluppata dalla reazione nucleare. Quindi sostanzialmente la centrale nucleare è una centrale termoelettrica, infatti talvolta è denominata termonucleare.
Quanto è sicura una centrale?
Il termine “centrale nucleare” spesso in Italia porta immediatamente alla mente Chernobyl. Ecco, per prima cosa è bene chiarire subito un aspetto: nulla a che vedere.
Nell’eventualità siano realizzati impianti nucleari in Italia, non avrebbero nulla a che vedere con quella tecnologia estremamente obsoleta; senza considerare che l’incidente è stato determinato da una somma importante di errori e inadempienze.
Altro aspetto da sfatare è la possibile esplosione nucleare di una centrale.
No, non può avvenire, basta pensare a Fukushima, in cui è peraltro si è verificata anche la fusione del nocciolo (o nucleo) o meltdown su più reattori, situazione particolarmente scomoda che si verifica quando la reazione non è più controllabile e la temperatura del nucleo supera quella di fusione del materiale che lo costituisce.
Il nucleo si scioglie. Ovvio che si tratta di una situazione particolarmente grave, per i problemi tecnici e le conseguenze che può comportare (ivi comprese eventuali esplosioni ma in loco) motivo per cui i sistemi moderni sono costituiti da diversi sistemi di sicurezza ridondanti (ossia aggiuntivi uno all’altro) e passivi (che non richiedono l’intervento umano) orientati ad evitare problemi come questi.
Che cosa sono le “radiazioni”? Quale pericolo?
Le radiazioni sono onde elettromagnetiche a particolari lunghezze d’onda.
Sono onde elettromagnetiche: anche la luce visibile, le microonde, le onde a radiofrequenza utilizzate dalla telefonia, ma hanno caratteristiche diverse.
Le radiazioni legate alle centrali sono dette “ionizzanti” cioè hanno la capacità di “rompere” i legami intramolecolari. Queste rotture possono interessare anche il materiale genetico ed avere quindi effetto cancerogeno, mutageno o teratogeno. Si chiamano radiazioni alfa, beta e gamma, le prime due più facilmente schermabili le ultime molto più problematiche (richiedono elevati spessori e materiali particolari).
Da che cosa sono prodotte le radiazioni? Nel caso di una centrale nucleare principalmente da “isotopi radioattivi”, materiali cioè che per natura sono “instabili”, decadono ed emettono energia in questa forma.
Quali le conseguenze possibili di un eventuale incidente?
Bh, fare previsioni di questo tipo è sempre difficile. Però possiamo far tesoro degli eventi passati.
Se da un lato l’incidente di Chernobyl ha causato danni enormi alla salute delle persone e all’ambiente inteso come ambiente fisico ed ecosistemi, quello di Fukushima pare non abbia determinato danni significativi alla salute mentre sui danni per l’ambiente esistono alcune controversie. Da tenere presente che i danni ambientali in determinate condizioni possono naturalmente tradursi in danni indiretti per la salute, ad esempio in relazione alla catena alimentare e specie quando si ha a che fare con fattori di contaminazione che non hanno soglie certe di sicurezza al 100% ma solo soglie statistiche, come quelli cancerogeni.
Un eventuale incidente ad una centrale nucleare può determinare il rilascio di materiale radioattivo, nell’aria, nell’acqua, nel suolo. Può essere veicolato anche da esplosioni, ad esempio legate allo sviluppo di idrogeno (prodotto nell’incidente) e al suo contatto con l’ossigeno atmosferico: l’esplosione (di per sé non necessariamente pericolosa per l’ambiente esterno alla centrale) potrebbe determinare danni alle strutture e fuoriuscita all’esterno di gas o liquidi radioattivi.
Come si evitano queste possibili conseguenze?
Sono presenti diversi sistemi di sicurezza attivi (controllati elettricamente e dall’uomo) ma anche passivi (soprattutto nei reattori più recenti), che ne determinano il contenimento (addirittura in alcuni casi anche dell’eventuale nocciolo fuso), la resistenza all’impatto anche di aeromobili, la sicurezza sismica (resistenza ad accelerazioni molto elevate).
Una centrale nucleare moderna è quindi sicura.
Però.
E’ altrettanto scientificamente onesto dire che il rischio non è mai nullo.
Chiunque lavora sul rischio, compreso il rischio industriale sa che tutti gli algoritmi confluiscono nella formula R=PxD
E’ tutta questione di probabilità, ridotta al minimo possibile, e di danno, contenuto al massimo. Ma mai nulli.
Per capirci è un po’ come lavorare in quota a 20 da terra. In tutti i casi il danno, la conseguenza possibile è la morte. Ma puoi lavorare senza protezioni oppure con imbragatura, linea vita, parapetti. Il che non azzera ma riduce di molto o anche moltissimo la probabilità di farsi male.
Dove sono attualmente le centrali nucleari?
Un po’ ovunque intorno a noi.
Si vede abbastanza bene da questa mappa.

Centrali nucleari in Italia
Tempo fa sono circolate alcune ipotesi di localizzazione tutte da verificare: Monfalcone (Friuli Venezia Giulia), Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), una zona prossima al Po tra Mantova e Cremona (si è parlato di San Benedetto Po e Viadana), Fossano e Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche), Montalto di Castro e Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia) o sito tra Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Oristano (Sardegna), Palma (Sicilia).

Sono tutte da verificare anche perché le cose oggi sono molto cambiate. Già nel 2010 Bruno Coppi, scienziato e fisico italiano docente al MIT di Boston, originario del mio paese, Gonzaga (provincia di Mantova), intervistato dalla Gazzetta di Mantova disse “Il nucleare? Un male necessario, ma in Italia meglio il mare del Po, perché il fiume non garantirà livelli sufficienti d’acqua”.
Direi che fu profetico: credo che gli eventi di siccità di questi mesi gli stiano dando assolutamente ragione. Servono risorse d’acqua sicure. E, come vedremo, decisamente abbondanti.
Le scorie radioattive
Un tema rilevante è quello delle scorie, i rifiuti della produzione di energia nucleare.
Che cosa sono le scorie?
Le scorie sono rifiuti.
Sono classificate in 3 categorie: bassa, media o alta attività (radioattiva) – In inglese basso medio o alto alto “livello” LLW, MLW, HLW. Le barre di uranio esausto sono chiaramente ad alta attività.
Il combustibile nucleare (barre di uranio) ad un certo punto diventa “esausto”. Nel tempo “si consuma” e deve essere sostituito. Il rifiuto così prodotto (barre di uranio consumate, ma anche in piccola parte plutonio) è costituito da “isotopi radioattivi” o radionuclidi, ossia sostanze instabili che spontaneamente “decadono” (si trasformano spontaneamente) emettendo energia in forma di radiazioni. L’uranio 238 ad esempio decade e si trasforma in torio che decade e si trasforma in piombo, che invece è stabile.
Se questo avvenisse nel giro di qualche ora no problem. Il problema è che questo processo in generale richiede molto tempo.
Le scorie sono un problema?
Elementi positivi: il volume, la quantità. La quantità di “scorie” (=rifiuti ad alta attività) prodotte da un reattore da 1 GW in un anno è pari a 25 – 30 tonnellate. Ipotizzando 25 reattori da 1 GW su 60 milioni di abitanti (una decina di centrali) significa circa 400 grammi a testa di rifiuti all’anno.
Spesso sono riportati confronti con centrali a carbone che io non riporto perché non mi sembra un parallelismo ragionevole (5-6% di produzione di energia elettrica), se mai si dovrebbe fare con le centrali a gas (per quantità di energia prodotta), che tuttavia non producono rifiuti, la combustione del metano produce CO2 e acqua. Ovviamente produce CO2 quindi carbonio.
Elementi negativi: in merito ai quantitativi, sono ridotti ma si tratta pur sempre 750 tonnellate all’anno di rifiuti estremamente pericolosi e di non facile gestione: servono depositi, da individuare in luoghi molto profondi, geologicamente stabili, non facili da individuare. Tra i sostenitori del nucleare c’è chi rileva che anche i rifiuti tossici per via chimica (non radioattivi) subiscono un destino analogo, con la differenza che la pericolosità non si riduce nel tempo.
Le quantità sono ridotte ma non per questo la strada è in discesa: nel 2019 l’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi francese (ANDRA), sui rifiuti radioattivi ha lanciato l’allarme (depositi pieni) – chiaro che la Francia è un caso molto particolare, considerata l’elevato numero di centrali presenti.
Ma in Italia non abbiamo ancora individuato un deposito, necessario peraltro anche per i rifiuti prodotti non da centrali nucleari.
E se vogliamo fare centrali nucleari, sarà la prima cosa da fare!
Inoltre: i tempi. Prima o poi quindi non saranno più pericolosi, peccato che i tempi siano estremamente lunghi, in alcuni casi centinaia di migliaia quando non milioni di anni. È evidente che parlare di radioattività che nel tempo cala, considerati i tempi effettivi di decadimento e la vita media dell’uomo, è abbastanza fuori posto.
In tutti i modi c’è anche un’altra domanda che secondo me è giusto porsi: questo tipo di destinazione (migliaia di anni in un deposito sotterraneo = “leggasi discarica”) è da ritenersi “sostenibile”? Lascio a voi la risposta.
Altro punto a sfavore il trasporto, la sua complessità in relazione alle cautele richieste.
Tra i rifiuti prodotti vi è anche il plutonio, potenzialmente destinabile alla realizzazione di armi nucleari.
La risposta alla domanda iniziale è quindi si, le scorie sono un problema, questo è un fatto, basta pensare al modo in cui devono essere stoccate, anche se non necessariamente significa che non esistono soluzioni.
Se vuoi saperne di più sul deposito nazionale dai un’occhiata a questo link, ma tieni conto che prevede lo stoccaggio di scorie a bassa e media radioattività, quindi non da centrali nucleari, che richiedono cautele decisamente superiori.
Un deposito adeguato è invece quello Finlandese, in cui i rifiuti saranno stoccati a quasi 500 m di profondità; se vuoi avere un’idea delle complessità di pianificazione e gestione puoi dare un’occhiata a questo link.
Bene, qui termina la prima parte.
Se sei interessato o anche semplicemente curioso di seguire la seconda parte di approfondimento vai direttamente al video, oppure al secondo articolo a questo link.



